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La fuga proseguì per tutta la notte, ansimante e
colma di suoni, colori, sapori, e paure. Il giorno cedette il passo alla tenebra
tramite una fitta nebbia che ogni cosa avvolse amalgamando ogni cosa in un
blocco imperscrutabile in ogni direzione di grigio assurdo.
Il suono degli alberi, la visione del vento, il sapore dei proiettili.
Immagini fugaci di un mondo sommerso. Il rumore incessante del sangue. Il sapore
amaro della neve e il colore baluginante del cielo coperto dai rami rinsecchiti
e scheletrici.
Roberto sentì in bocca il sapore di quel sangue e di quel piombo. Gli occhi
vagavano ovunque senza nulla catturare di ciò che scorreva loro innanzi. Il
mondo divenne un turbine di zoccoli e muscoli di cavalli e guerrieri. Accanto,
forse i suoi compagni fuggivano con lui, lontano, distanti, all’estremo opposto
dell’orrore e della violenza. Tornavano a casa. Tornavano in Italia, tornavano
alla madre figlia dei loro padri.
Greuss guidò assorto il piccolo gruppo di fuggiaschi. Nunzio cavalcò dietro
Roberto sorreggendolo per non farlo cadere da cavallo. Erano diverse ore che
sembrava svenuto. La stessa cosa fece Guido Eritrei col grosso bestione etiope
che nonostante le ferite ancora s’ostinava a non abbandonarsi nell’oblio dei
sensi.
Ogni falcata veloce del cavallo sentiva fluir via la forza del suo sangue
africano. Del sapore selvaggio e aspro del deserto. Sentiva che la vita diveniva
un filo sempre più esile e sottile, il sole delle rocce etiopi lontano ere
immemorabili nel suo ricorda, ma si rifiutò di cedere. Non poteva permettere che
i russi li raggiungessero per causa sua.
Quando i cavalli si fermarono Roberto cadde a terra e non sentì nulla. Greuss si
diresse in direzione della piccola casa in pietra che rifletteva le luci delle
lampade e del fumo del comignolo accompagnato da un discreto odore, e poté
ipotizzare che ci fosse del cibo e un po’ di calore. Erano stanchi ed affamati,
avevano sonno e freddo, erano feriti e moribondi.
Nestore si limitò ad osservare il finlandese dirigersi verso la porta e bussare
mentre Nunzio si prendeva cura di Roberto per farlo rinvenire. Sembrava che lo
studioso stesse riprendendo coscienza di sé.
Una donna vestita con un lungo guazzarone da contadina uscì stringendo in
braccia un bambino avvolto in una strettissima fasciatura rossa che sembrava
volesse tenerlo minuto e grazioso. Greuss stette alcuni attimi sulla soglia
gesticolando un poco per mostrare alla donna gli uomini che aveva alle sue
spalle. La donna sembrò rispondere qualcosa con insofferenza, poi però si fece
di lato per farlo entrare. Il finlandese si voltò verso il gruppo e fece cenno
di seguirlo.
Non se lo fecero ripetere ed ebbero grande sollievo nel varcare quella soglia
calda ed accogliente. Greuss si occupò dei cavalli attento che nessuno da
lontano li vedesse nonostante la nebbia.
La casa consisteva in un unico ampio vano dove nella
parete opposta si apriva un grosso camino in pietra grigia in cui ardeva vistoso
un rosso fuoco. Un calderone bolliva sopra di esso riempiendo un poco la stanza
di vapore. Un tavolino era posto al centro dove vi era posato un corno di
stambecco appoggiato a un tegame di rame colmo di latte di capra. Qualche
verdura spezzettata era mescita in un altro recipiente, ed un piatto sporco
mostrava che qualcuno poco prima vi aveva mangiato.
Un unico grande letto con materasso imbottito di paglia era posta nel lato
sinistro della casa e vicino al camino, nell’angolo più buio, lontano dalla
finestra chiusa con la vescica di maiale e una tendina forse di carta.
Alcune mensole mostravano i pochi arnesi domestici che la proprietaria possedeva
e una cassapanca posta accanto al letto conteneva le uniche vere ricchezze oltre
ad una capra nello stalletto vicino alla casa, con un maiale, e comunicava con
l’interno tramite una fessura alla destra del camino. In questo modo la donna
avrebbe potuto nutrire gli animale senza uscire dalla casa.
La donna appariva spossata e smunta. I tratti di un’antica bellezza apparivano a
fuggevoli sul suo volto stanco e dagli occhi spenti. Un tempo quegli occhi
avevano brillato di una luce profonda dove chi vi si specchiava poteva scorgerci
i grandi laghi finlandesi e le distese immacolati di alti abeti e piccoli
arbusti. Ora tutto ciò era un velo leggero in una realtà dura.
Era di media statura, magra a tal punto che le pieghe delle vesti si
aggrinzivano affollandosi attorno alla cintura di corda.
Non appena la donna vide Zhuram ebbe per un momento paura e indietreggiò di un
passo, soprattutto alla vista della sua scimitarra, poi Greuss gli rivolse
alcune parole e si tranquillizzò per poi affrettarsi a cedere il bambino che
ancora teneva in braccio all’uomo finlandese e si accostò all’etiope
accompagnandolo nel suo letto. Lo sguardo s’era subito trasformato in
compassione profonda e sincera, e i suoi capelli color oro, ormai spento,
contornavano il volto d’angelo soccorritore.
Il bestione ebbe per un momento un lungo sospiro come se la fatica e la
sofferenza fossero usciti in quell’attimo dal quel soffio vitale, e cadde nel
morbido giaciglio. Sentì di essere arrivato, che ora poteva riposare le sue
straziate membra, e tutto divenne nero.
La donne mise una mano sulla fronte dell’africano, e gridando qualche cosa a
Greuss si avvicinò al calderone sul fuoco dal quale estrasse con una scodella un
po’ d’acqua bollente, poi aprì la panca e ne estrasse uno straccia con una
bottiglia di vino. Tolse gli abiti del nero e con accuratezza versò il vino
sulle ferite dell’uomo dopo averlo scaldato un poco nell’acqua.
Guido Eritrei ebbe da obiettare ma fu subito fermato da Roberto che aveva
ripreso appieno le sue facoltà. La donna si prese cura dell’etiope con
scrupolosa dedizione fino a quando lavate tutte le ferite le fasciò strappando
brandelli da un vestito della sua cassapanca.
Dopo aver medicato il loro compagno prese altri piatti di legno dagli scaffali e
postoli sopra il tavolo li riempì con la verdura cotta che aveva nel recipiente.
Poi con un tegame versò dell’acqua bollente nei piatti e prese da un cesto posto
avanti il camino un qualcosa che doveva essere pane. Era scuro e fece un suono
come un pezzo di legno una volta postolo sul tavolo.
Gli uomini poterono saziarsi di quel caldo e fortuito pasto. Sembrò loro che la
vita tornasse a dare vigore alle membra straziate. Mentre loro mangiavano la
donna preso in braccio il bambino di nuovo e afferrato con l’altra mano il corno
di stambecco pieno di lette, tramite un forellino nella punta riprese ad
allattare il figlioletto.
Zhuram delirò qualcosa, i compagni si voltarono ma
non ottennero altro che un sommesso mugugnito.
Nessuno ebbe voglia di parlare. Consumarono il frugale pasto e stettero in
silenzio. La donna li osservava con sguardo di compatimento. Valutò ognuno di
quegli uomini con scrupolosa attenzione fino a quando posò il suo sguardo su
Greuss che lo ricambiò. Vi era un grosso dolore e pesantezza, ne pervadeva
l’aria. Quella era la loro unica guida in un paese straniero, sconosciuto e
nemico. Se avevano una possibilità di sopravvivenza la dovevano a quell’uomo. La
donna lo sapeva. Lo sapeva anche Greuss, e per questo il suo animo era
profondamente turbato. Non riuscì più a sostenere lo sguardo di quella donna che
nella sua miseria manteneva immutata un’intaccabile dignità. Fu lei infine a
voltare le spalle e accomodarsi in un cantuccio accanto al camino sotto la
finestrella che dava sullo stalletto. Adagiò il figlioletto su un mucchio di
coperte e gli diede un bacio.
Nestore estrasse la macchina fotografica dalla borsa. Poi si guardò attorno e
con un grosso sospiro la depose di nuovo. Però si alzò, si avvicinò alla donna
chinata sul figlioletto e si chinò anche lui. Gli diede una delicata carezza con
un dito su una guancia mentre il bimbo già dormiva. Rimase a lungo a guardarlo
mentre quel respiro leggero usciva soave dalla boccuccia. Nestore sorrise.
Roberto osservò ed una lacrima solcò il suo viso.
Quell’ometto distante dal loro mondo, rintanato in un angolo sperduto
dell’universo della timidezza umana era stato l’unico a saper ringraziare la
donna più di ogni altro per quello che aveva fatto e stava facendo. Quella
tenerezza lo commosse.
Nestore si alzò poi ed andò a sistemarsi vicino alla porta, come se volesse
proteggere la donna eventuali intrusi.
Roberto ammirò quel che il compagno voleva fare. Lo ammirò perché nonostante i
limiti volle dare il meglio di sé. Forse per quella donna meravigliosa, forse
per una sincera gratitudine, o forse per un quale misterioso motivo dell’animo
profondo di un uomo singolare. Alla fine anche lui si alzò da tavola e si adagiò
accanto al fotografo seguito poco distante da Nunzio.
Guido prese posto accovacciato accanto al bestione addormentato dondolandosi
sulle gambe. Tutti gli anni comparvero in un momento nelle sue rughe e nei suoi
occhi. Pose una mano sul cuore del negro e rimase in ascolto della vita.
Greuss prima di seguire l’esempio dei compagni disse alcune parole sussurrate
alla donna. Ella rispose prima sommessamente, Greuss sembrò cercare le parola
per tranquillizzarla e il tono di lei si affievolì fino a scomparire mentre si
voltava.
Forse si conoscevano. Forse una storia lontana era tornata sulle loro bocche.
Nessuno lo seppe mai.
«Grazie per oggi… ci hai salvato la vita» sussurrò
Roberto all’ex pirata che era disteso a suo fianco.
L’uomo non rispose restando a fissare il soffitto.
«Mi sbagliavo su di voi… quando non mi fidavo… perdonami» proseguì Roberto
addolorato.
Nunzio si voltò verso di lui per qualche momento. Poi tornò a fissare il
soffitto. Senza rispondere. Aveva gli occhi lucidi. Stava pensando a Paolo. Non
era facile.
Non era facile nemmeno per Roberto. L’immagine di Lucio che cadeva sotto i
proiettili nemici tornava ferocemente alla sua memoria e stento soffocava un
pianto convulso. Sperò che nella notte avesse potuto versare qualche lacrime
mentre nessuno lo guardava.
Prima di addormentarsi, quando ormai la stanza era illuminata solamente dalla
tenue luce delle braci del focolare il linguista poté vedere dondolare la figura
di Eritrei accovacciata accanto al letto di Zhuram. Ora gli si era avvicinato.
Sembrava bisbigliargli qualcosa all’orecchio, un continuo bisbiglio incessante e
accompagnato da singhiozzi.
Anche il duro soldato e guerriero stava piangendo. Ognuno quel giorno aveva
perduto e stava perdendo qualcosa.
«Brutto negro svegliati! Svegliati ho detto brutto
figlio di…» stava gridando Eritrei quando Roberto aprì gli occhi.
Il chiarore dell’alba entrava leggero come un riflesso in quella casa. Il freddo
era pungente. Più freddo della neve e del vento.
Eritrei stava piangendo. La donna gli era già accanto cercando di calmarlo.
«Figlio di puttana non puoi fare questo… non ora… non ora Zhuram… non ora ti
prego» finiì in pianto Guido accasciandosi sopra il corpo inanime dell’etiope.
Per un’ultima volta lo afferrò per le spalle scotendo quel corpo africano. Avevo
compiuto la sua ultima lotta, consumata in un letto di paglia in una terra senza
sole, lontano dalla sabbia del suo deserto, lontano dagli odori delle pietre e
dai ruggiti dei leoni. Aveva combattuto fino al mattino come uno sciano, ed era
caduto da guerriero. I tratti fieri del suo volto mostravano che aveva
affrontato la morte con la dignità di un grande capo. Non vi erano i lineamenti
del dolore, solo quella di un’impassibile fierezza.
Eritrei pianse e pianse a lungo la scomparsa dell’amico.
Nunzio Roberto e Nestore rimase a guardarlo senza cercare di consolarlo. Sapeva
che in quel momento nessuna parola gli sarebbe stata di conforto. Sapevano,
ognuno in cuor loro che la loro amicizia era autentica anche se basata su poche
parole e gesti duri.
Fu quando il bambino si mise a piangere che si accorsero che Greuss mancava
all’appello.
Roberto non seppe cosa fare. Non voleva intromettersi nel dolore di quell’uomo
ma sentiva qualcosa nell’aria, forse anche lui come il Battaglia aveva il
cimento.
Un galoppo di cavalli si udì avvicinarsi minaccioso.
La donna senza guardare nessuno negli occhi si affrettò ad abbracciare il
bambino e cercare di calmarlo, e lo fece voltata in un angolo.
Nunzio corse fuori verso i cavalli.
«Forza dobbiamo andare» fu in grado di dire in un tono misto tra agitazione e
pacatezza mettendo una mano sulla spalla di Eritrei.
«I cavalli non ci sono più!» urlò Nunzio rientrando di fretta «I russi, stanno
venendo proprio in questa casa».
Roberto afferrò le sue poche cose e lo stesso fece Nestore. «Andiamo!» gli gridò
ora accanto ad un orecchio.
Eritrei resistette per un momento. Poi rientrò in sé. Guardò quel corpo maestoso
e privo di vita dell’amico ed un moto d’ira gli salì dal petto. Con la mano gli
strappò il crocefisso che da sempre aveva portato al collo e se lo portò alla
bocca «Giuro… giuro per quel dio che pregavi, che li ammazzo tutti!» ed alzatosi
afferrò le pistole appoggiate alle sedie ed uscì di corsa. Sulla soglia si fermò
un momento a guardare l’ultima volta il suo amico insepolto in una lontana terra
straniera, lontana dal suo solo africano.
Presero a correre sulla neve in direzione del bosco.
La luce del giorno nascente mostrò loro cha dal fondo della collina una turba di
una trentina di cavalieri russi stava salendo verso la casa al galoppo con le
armi spianate.
I loro passi affondarono sulla neve. Dovevano raggiungere il folto del bosco a
lato della casa dove i cavalli non avrebbero potuto addentrarsi.
I proiettili dei colbacchi esplosero loro accanto mentre arrancavano nella neve.
Guido si fermò un momento con entrambe le pistole in mano ed attese che il primo
s’avvicinò loro e fece fuoco mentre gridava che li avrebbe ammazzati tutti. Tre
russi caddero privi di vita da sella mentre Eritrei iniziò a indietreggiare
senza mai dare di spalle e continuando a sparare e colpire senza pietà gli
assalitori.
«Corri!» gli urlava Roberto quando nella sua faticosa fuga si voltava a
guardarlo.
Eritrei non sembrava dargli retta e continuava ad indietreggiare e sparare come
non fosse altro che una macchina da guerra.
Quando i suoi revolver non sputarono più fuoco decise che quello era il momento
di andare e si voltò correndo il più che poteva per raggiungere gli altri.
I cavalli dei russi solcarono la neve con estrema destrezza e quando furono loro
addosso si fermarono un momento per prendere la mira coi loro fucili.
I proiettili volarono nell’aria con una minacciosa promessa di morte. Roberto
non credette che ce l’avrebbero fatta. Sentiva il fiato dei cavalli sempre più
vicino ed il bosco restava alla stessa distanza. Nonostante gli sforzi avevano
percorso soltanto pochi metri su quella neve.
Il sangue gli si gelò nelle vene quando vide spuntare dagli alberi soldati
russi coi fucili puntati verso di loro. Erano in trappola.
Eritrei fu il più veloce e gettate le pistole estrasse la spada correndo
incontro alla morte. Roberto si fermò di colpo mentre i compagni proseguirono
nella corsa. Forse non si erano accorti del mortale pericolo.
Rimase addietro e poté vedere i proiettili dei fanti perforare in più punti i
suoi compagni che caddero a terra macchiando di rosso col sangue la neve. Vide
Nunzio cercare di proseguire nonostante le ferite prima di cadere e vide Nestore
morire al primo colpo. Vide Eritrei gettarsi tra le braccia dei suoi mortali
nemici e scomparire nella foresta tra spari ed alte grida. Ed infine vide la
cavalleria russa circondarlo e puntargli contro i fucili. La corsa era finita.
Dopo diversi giorni di marcia Roberto vide ergersi
al di là del lago una maestosa fortezza di enormi dimensioni. Sulle sue guglie
innevata sventolava la bandiera russa e colbacchi apparivano sui suoi spalti
osservando la valle, i monti e la foresta a ridosso del versando orientale. Una
stretta stradina attraversare le score acque in quella rientranza congiungendo
le due rive al più grande istmo dove sorgeva la fortezza.
Nonostante il suo aspetto minaccioso fu lieti di essere arrivati. I suoi polsi
sanguinavano stretti alle corde che lo avevano trascinato dietro al cavallo per
chilometri e chilometri sulla neve per impervi sentieri e attraversando fiumi in
cui rischiò più di una volta di annegare. Passò le notti al freddo e privo di
cibo. I suoi abiti erano laceri e sporchi. Il suo corpo ricoperto di numerose
escoriazioni, e lui stesso si domandava come facesse ad essere ancora viva
nonostante tutto.
Il reparto si fermò di fronte al ponte levatoio gridando qualcosa agli occupanti
che presto lo abbassarono. Entrarono chiudendosi un mondo selvaggio alle loro
spalle.
Quando fu gettato nella cella semibuia e stremato
sulla sudicia paia rise di gusto, lieto di essere lì. Rise di un’espressione che
si trasformò in pianto. Non avrebbe mai creduto di poter sopportare tanto. Aveva
resistititi. Non aveva voluto che i russi lo vedessero in lacrime, e solo uno
sguardo duro e impassibile mostrò loro. Non voleva dar loro la soddisfazione
dopo avergli tolto ogni cosa di togliergli anche la dignità. Ma ora nel buio di
una cella poteva esprimere quel dolore soppresso. Per la perdita di Lucio, per
la morte di Zhuram, di Nunzio, di Nestore e di Guido, per l’incerta sorte dei
suoi compagni e per l’assurda missione che aveva accettato. Pianse stringendo la
paglia tra le mani e battendo i pungi nel terreno.
«A quanto vedo neanche tu sei stato più bravo di me».
Quando alzò lo sguardo incredulo a quella voce, vide la figura beffarda,
seminascosta nell’ombra e seduta su una panca in un angolo appoggiata al muro,
di Gioseph Bondermak.
Capitolo n.23


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