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Il treno correva veloce. Le Alpi erano oramai a
parecchi chilometri alle sue spalle. Aveva attraversato tutta la Francia dopo
essersi imbarcato da Londra non appena Umberto gli aveva recato la notizia letta
sul quotidiano di qualche giorno prima. Non aveva perso tempo e si era imbarcato
sulla prima nave per la Francia. In altre circostanza si sarebbe di certo
fermato qualche giorno a Parigi cui era stato inaugurato da poco il Palais de
Machines per l’esposizione universale. Molti dicevano che era persino più grande
di quello di Londra. Tutto il mondo ne parlava, solo che lui questa volta non
aveva più interesse dei richiami mondani. Era successo qualcosa di spaventoso
alla famiglia, e lui non sapeva, soltanto sospettava, non credeva che fosse
possibile quanto sul quotidiano italiano era scritto:
“Italo Alfieri uccide la moglie a colpi di pistola poi fugge”.
Non riusciva a credere che suo fratello avesse commesso una cosa talmente
orribile. Molti anni erano passati dall’ultima volta che si erano visti, ma mai
avrebbe creduto che suo fratello avesse compiuto una tale atrocità nei confronti
di Linda. L’amava troppo. Lui lo sapeva, la conosceva.
Il giornale aggiungeva che geloso della moglie che lasciava solente la casa
senza alcuna spiegazione, preso da un raptus di furore aveva compiuto il
misfatto. Ora di lui si era persa ogni traccia. Invano i carabinieri l’avevano
cercato, ma le sue ricerche avevano portato ad indagare la casa torinese di suo
fratello Roberto Alfieri che come lui si era volatilizzato nel nulla.
Un’approfondita perquisizione dell’abitazione aveva rilevato prove schiacciati
sul trafugamento di informazioni preziose al governo francese. Ora entrambe i
fratelli erano ricercati dalla autorità con diverse accuse, ma gli inquirenti
avevano motivo di credere che le due vicende apparentemente separate fossero in
qualche modo collegate tra loro.
I loro disegni erano sulla prima pagina del giornale.
Per un momento Giuseppe quando lesse per la prima volta l’articolo ebbe un moto
d’ira nei confronti di Roberto. Non era possibile che fosse divenuto talmente
disprezzante della sua patria al punto da tradirla in quel modo infame. Poi
realizzò che doveva trattarsi sicuramente di un equivoco. In quanto ad Italo non
aveva parole. Non era però escluso che Italo disperato per l’accaduto si fosse
rivolto a Roberto rappacificandosi ed i due non sapendo cosa fare fossero
fuggiti. Era l’unica spiegazione che riusciva a darsi. L’unica spiegazione
razionale che in quel momento riusciva a formulare.
Umberto gli rimase accanto per tutto il viaggio
senza proferir parola. Sapeva che l’amico aveva l’animo pesante e non aveva
voglia di parlare. L’aveva rassicurato che lui non credeva affatto a quanto
aveva letto, e questa era l’unica cosa che avrebbe potuto fare per lui in quel
momento, se non accompagnarlo nel ritorno a casa.
Erano partiti ormai da diversi anni. Anni di viaggi per le capitali europee e
per l’America. Avevano vagabondato assieme godendosi la vita finché potevano e
lavorando quanto bastava per potersi spostare di nuovo, strani lavori erano i
loro. Avevano conosciuto molto e altrettanto avevano appreso nei luoghi in cui
erano stati. Avevano condiviso momenti belli e momenti brutti assieme, avevano
diviso donne e denaro, pane e tetto, ma questo era il momento più difficile che
si presentava loro. Momento che da tempo già temevano. Più difficile per
Giuseppe che poteva accettare di perdere tutto e smarrirsi nel cuore di una
terra straniera ma non quella di sapere la sua famiglia distrutta e diffamata
per sempre.
Non amava più la sua famiglia, ma la rispettava, e per certi aspetti l’ammirava.
Ammirava suo padre, al suo valore di soldato e di uomo, ai suoi ideali
patriottici, ma di tutto questo non gli rimase nel cuore se non una parola data.
La strada del padre non faceva per lui, era troppo difficile, era troppo
schematica e rigida, sebbene fosse sempre cresciuto in un ambiente disciplinato
non aveva mai amato una regola fissa, ed aveva preferito la libertà, valore che
riteneva superiore al patriottismo. Così aveva lasciato la casa e i fratelli.
Con Roberto si erano lasciati in un modo brusco e violento il giorno del
funerale del loro genitore. Poi lui andò ad abitare con Italo e Linda per
qualche tempo, ma alla fine aveva deciso di lasciare i luoghi della sua
infanzia. Italo per accontentare il fratello aveva comprato una casa a Milano e
si erano trasferiti là dove inoltre lui avrebbe trovato maggiori opportunità di
lavoro e una nuova vita, protetta, da come gli era stato consigliato. Subito
accettò di buon grado la cosa, dopo un anno però non riuscì più a rimanere
serrato dietro a certi schemi. Italo con le sue conoscenza aveva tentato di
inserirlo ma lui dopo aver provato qualche lavoretto qua e là si era stancato, e
assieme ad Umberto avevano scelto la via della libertà per le strade del mondo,
o almeno era questo che molti credevano. Ora si accorgeva di aver nostalgia di
Italo, si accorgeva che Roberto gli mancava. Gli mancava il suo razionalismo, la
sua fermezza. Sapeva che gli sarebbe stato di conforto. Non sapeva di preciso
per quale motivo ma sentiva che era così.
Arrivarono alla stazione di Torino dove scesero, e
una volta messo piede a terra Giuseppe si fermò per annusare l’aria di casa.
Aveva veramente un sapore fragrante, vitale. Sentiva la brezza leggera delle
Alpi di quel periodo, percepiva i suoni che lo avevano accompagnato da piccolo,
vedeva strutture che gli sembravano tutte come la sua casa. Per un momento si
sentì confortato, poi la morsa dell’angoscia lo afferrò di nuovo. Doveva
affrontare eventualmente i suoi fratelli dopo un lungo periodo di silenzio, e
cercare di ristabilire un buon rapporto con Roberto, nonché buttarsi a capofitto
in quella loro strana storia dalla quale aveva paura se venirne fuori o meno.
L’ombra del tradimento di Roberto non svaniva nonostante i suoi ragionamenti
logici dalla mente, specialmente che ora l’Italia aveva rinnovato la Triplice
Alleanza con Austria e Germania e dalla Francia si temeva un attacco. Tale
pensiero gli fece percorrere un brivido. Umberto sembrò percepire le paura
dell’amico e senza dirgli nulla gli pose massiccio un braccio sulla spalla.
«Andiamo!».
I due si avviarono ed uscirono dalla stazione. Non appena varcarono la soglia
due carabinieri gli si fecero incontro.
«Signor Alfieri?»
Giuseppe esitò per un momento.
«Sono io» rispose infine.
«Vorreste seguirci per favore?» disse senza espressione il soldato.
Giuseppe guardò per un momento l’amico che parimenti a lui non aveva nulla da
suggerirgli.
I due gendarmi si portarono ai fianchi dell’Alfieri e fecero strada fino ad una
diligenza. Si trattava senza dubbio di una carrozza per il trasporto di
prigionieri. Lì altri due gendarmi aspettavano ai lati dell’ingresso aperto ed
un uomo vestito in borghese rimase in piedi in attesa.
«Signor Italo Afieri la dichiaro in arresto con l’accusa di omicidio di Linda
Cattani»
«C’è un equivoco io non…» i gendarmi lo afferrarono con poca grazia spingendolo
dentro allo scuro carro.
«C’è uno sbaglio. Lui non è Italo Alfieri, lui è il fratello Giuseppe» urlò
Umberto mentre cercava di liberarlo.
Fu bruscamente trascinato via dagli altri due gendarmi. Dopodiché salirono tutti
sul mezzo e la diligenza se ne partì mentre Umberto gridando continuava a
corrergli dietro lungo la strada.
Giuseppe fu condotto in una stanzia buia ed austera. La poca luce filtrava da
una finestrella in alto a sinistra che proiettava sul tavolo di legno di fronte
a lui l’ombra della croce delle sbarre. L’aria sapeva di muffa. Era stato
lasciato lì dentro seduto su uno sgabello con le mani dietro la schiena ed
incatenate da parecchie ore, e nessuno ancora si accingeva a dirgli che cosa
stesse accadendo, nessuno cui potesse dire che si stava trattando di uno
sbaglio.
Era sudato ma aveva freddo, quel posto stava provando i suoi nervi. Nella
semioscurità poté percepire tutti i rumori di qualche stanza adiacente:
spostarsi di catene, strascinarsi di piedi, urla, borbottii, rumori
indefinibili. Giuseppe per un momento credette di esser caduto all’inferno.
Infine quando ormai si sentiva stremato la porta alle spalle si aprì dopo secchi
rumori di chiavistello e ne entrarono due uomini accompagnati da due gendarmi
che si misero l’uno alla destra e l’altro alla sinistra del prigioniero.
L’uomo col pizzo e grossi baffi arricciati gli sorrise benevolmente. Portava un
fascicolo sotto di sé che pose sul tavolino e lentamente lo aprì senza proferir
parola. L’altro uomo lo scrutò per un attimo ed ebbe l’impressione di
conoscerlo… ma sì era Antonio Colucci, giornalista del Corriere della Sera di
Milano. Cosa stava facendo in quel tugurio?
L’uomo sembrò ignorare Giuseppe mentre lo stava studiando, non fece alcun cenno.
«Bene Italo Alfieri…»
«Non sono Italo!» urlò isterico il ragazzo.
«Calmatevi. So che questa non è situazione felice per voi. So che siete scosso
dagli eventi degli ultimi giorni e che per voi è difficile accettare la cosa»
mentre l’uomo con il pizzo stava parlando il giornalista prese il taccuino e
annotò qualcosa.
«Bene signor Alfieri. Allora ricostruiamo l’accaduto… verso le ore 19 di quella
sera sua moglie esce di casa senza dare spiegazione alcuna come del resto soleva
fare…»
«Basta! Io non sono Italo!» urlò paonazzo in volto.
I gendarmi furono pronti a farlo sedere di nuovo sul suo sgabello.
«Non ci state assolutamente aiutando in questo modo. Stiamo cercando di
giudicare il vostro caso, ma se non collaborate per noi sarà difficile. Sapete
che state rischiando la pena di morte?» domandò infine duro in volto.
Il giornalista si portò la lente all’occhio e scrutò il prigioniero, dopodiché
tornò a scrivere sul suo taccuino. Rimaneva impassibile nella penombra quasi
come una presenza. Solo un testimone di quell’equivoco evento.
Alle parole autoritarie dell’uomo Giuseppe divenne pallido in volto. Poi riprese
«Avete ragione, vogliate scusarmi, il fatto è che sono un po’ agitato. Ma vi
assicuro che state sbagliando, io sono Giuseppe Alfieri, fratello di Italo non
sono…».
«Signor Alfieri non ci state rendendo il lavoro facile» lo interruppe serio e
spazientito l’uomo dall’altra parte del tavolo.
«Ma io…»
«Signor Alfieri, conoscevate Linda Cattani?» l’uomo fissò i suoi occhi scuri sul
ragazzo attendendo impassibile un risposta.
«Sì… io la conoscevo…» rispose ora confuso.
«E quando fu l’ultima volta che l’avete vista tornare a casa?»
«Cosa c’entra…»
«Rispondete alla domanda!» incalzò l’uomo.
«Non ricordo, fu molti diversi anni fa…»
«Come sospettato!» affermò rivolto al giornalista che alzò per un breve momento
lo sguardo dal suo taccuino per tornarci accennando un breve sorriso di
compiacenza.
«Sospettato cosa? Allora non avete ancora capito…» si agitò di nuovo Giuseppe
cercando di alzarsi dal suo sgabello.
«Signor Alfieri!» lo riprese ancora brusco l’uomo «Questo significa che non la
vedevate mai tornare a casa la sera e che…»
«No! Volevo dire che l’ultima volta che l’ho vista fu diversi anni fa…»
«Quindi quella sera la vide tornare a differenza di tutte le altre sue
sparizioni e sospettando il tradimento l’avete violentemente interrogata. Sua
moglie rifiutando di rispondervi vi ha acceso d’ira e siete entrati in
collusione e l’avete trascinata giù dalle scale tirandole una sedia…»
«Non è vero!» urlò ancora una volta disperato, impaurito e agghiacciato da
quella ricostruzione. Per un momento gli sembrò di essere lì guardando suo
fratello che faceva quanto gli veniva detto, poi l’immagine nella sua mente
cambiò e l’uomo che stava tirando la sedia su Linda era lui.
Era assurdo, non sarebbe mai riuscito a fare una cosa del genere, tantomeno suo
fratello. I pensieri furono stroncati di nuovo dall’affluenza delle parole
dell’uomo.
«Dopo la collusione vostra moglie si è ritirata in camera da letto per
cambiarsi, prendere le sue cose per andarsene ormai esasperata di vivere con
voi. A quel punto avete sfondato la porta con la pistola in mano ed avete fatto
fuoco su di lei a bruciapelo uccidendola sul colpo. Poi l’avete adagiata sul
letto e versato qualche lacrima sul suo corpo, magari, prima di prendere le
vostre cose e fuggire»
«No Basta!» il suo grido venne strozzato dalle lacrime che gli sgorgavano ormai
copiose.
Abbandonò il capo sul petto e pianse sconvolto dai sussulti.
I due uomini rimasero a guardarlo per un lungo momento, poi l’uomo che l’aveva
interrogato si rivolse al giornalista «Le supposizione degli inquirenti vengono
confermate, cose ne dite signor Colucci?».
Il giornalista terminò di scrivere alcune righe e rispose «Voi non sbagliate mai
mio caro Varsis!».
Entrambe sorrisero.
«Credo che l’articolo che scriverete su questo interrogatorio di cui siete stato
diretto testimone farà molto scalpore. Ma la verità deve essere promulgata sin
sui tetti delle città» disse sorridendo.
«Avete proprio ragione» rispose con un sorriso di complicità.
Riprese le proprie cose ed entrambe gli uomini si alzarono senza curarsi del
prigioniero. Giuseppe le guardò con occhi rossi di lacrime. Era disperato. Non
riusciva a comprendere cosa stava succedendo. Perché non volevano credergli?
Sembrava non volessero ascoltarlo. Erano talmente sicuri delle loro tesi che
quasi persino lui temeva di dubitare della sua innocenza.
Quando i due uomini gli passarono accanto per uscire dalla stanza Giuseppe quasi
con un sussurro domandò: «Cosa sarà di me ora signor Varsis?» con tono quasi
supplicante.
L’uomo si fermò e si chinò leggermente mentre Giuseppe non osava nemmeno alzare
gli occhi per guardarlo. Si vergognava, senza saper bene di cosa.
«Mi dispiace signor Alfieri. Credo che il vostro caso sarà presto preso in esame
anche se temo per voi… temo veramente che non ci sia nulla da fare per voi…»
rispose in tono dispiaciuto ma cospiratorio.
«Io sono Giuseppe Alfieri, fratello di Italo e di Roberto, come devo spiegarvi?
Aiutatemi vi prego…» disse piangendo.
«Figliolo… tutti vi testimoniano contro affermando che siete Italo Alfieri. Vi
abbiamo pescato in stazione e senza documenti. Che cosa muovono all’opinione
pubblica e agli inquirenti questi fattori?» e si chinò leggermente carezzandosi
il pizzo lucido e guardandolo con occhi profondi e fraterni. Poi gli pose una
mano su una spalla «Va bene!» disse poi «Un modo ci sarebbe»
«Quale!» domandò prontamente il giovane con occhi di speranza.
«Dovresti collaborare con noi»
«Tutto quello che volete!» rispose immediatamente Giuseppe con rinnovata
fiducia.
«Bene! Come voi sapete vostro fratello Roberto è stato pesantemente accusato con
prove schiaccianti di alto tradimento alla patria. Ha trafugato in qualche modo
dei documenti segretissimi di stato allacciando poi rapporti con agenti
francesi. Come ben saprai la situazione internazionale è sulla crisi del
collasso e si teme un attacco francese»
«Mio fratello non tradirebbe mai la patria Italiana ne sono certo»
«A quanto risulta sembra che invece l’abbia già fatto. Non possiamo garantire
sulla sua incolumità purtroppo, ma possiamo prometterti che avrà in questo caso,
grazie alla tua garanzia, una riduzione della pena, e come ben saprai una sua
testimonianza sul tuo conto ti scagionerebbe a piene mani. Purtroppo non
sappiamo dove si trovi o sia rifugiato. Magari suo fratello, cioè tu, potrebbe
sapere dove si nasconde o dove si rifugia, e magari potresti anche sapere altre
cose sul suo conto che a noi sfuggono» fece una pausa «Come per esempio se ha
contatti in città, se proprio qui a Torino, cuore del Regno d’Italia, si
nasconde una base segreta di agenti francesi, come abbiamo modo di credere…»
lasciò poi a Giuseppe il tempo di riflettere «…o addirittura austriaci» terminò
duro e impenetrabile.
«Mi dispiace ma io… è molto tempo che non vedo più mio fratello. Abbiamo avuto
delle divergenze in passato… non so dove sia o cosa abbia fatto in questi ultimi
anni…» e tacque addolorato dal fatto di dover tradire suo fratello per salvare
la sua vita.
«In questo caso…» disse alzandosi in piedi e sistemandosi in testa il cappello
«Non possiamo fare nulla per voi signor Alfieri. Purtroppo facciamo qualche
difficoltà a credervi senza un testimone che vi faccia da garante» e fece per
andarsene.
«Aspettate!» gli gridò voltandosi quanto le guardie ai suoi lati gli permisero.
Il Varsis si voltò paziente.
«Avete detto che per scagionarmi occorre qualcuno che testimoni per me giusto?».
L’altro in attesa assentì.
«Allora aspettate. C’è un mio amico, Umberto Nutti. È stato mio compagno di
viaggi fino a quando tornato a Torino sono stato arrestato dai gendarmi. Lui è
stato sempre assieme a me. Può testimoniare lui per me. Ve lo dirà lui che sono
Giuseppe Alfieri che non ho nulla a che fare con quello che è accaduto a mio
fratello. Sicuramente mi avrà seguito fino a qua. Era sconvolto quanto me per
l’accaduto!» proruppe con voce carica di speranza.
«Ne siete proprio sicuro?» domandò accostandoglisi un poco.
L’altro assentì con occhi grandi e limpidi, carichi d’attesa.
«Bene, allora credo che non sia detta l’ultima parola sul vostro conto. Non
potevo credere nemmeno io che un Alfieri mentisse per quanto gravi le accuse sul
suo conto fossero state. Allora lo interrogheremo il prima possibile in
proposito in modo che per domani massimo la fine di questa settimana voi
possiate essere di nuovo libero»
«Grazie signor Varsis, grazie!» affermò Giuseppe con quella gioia che dona un
breve ma intenso momento d’aria fresca dopo una vita di cupa oppressione.
«Nonostante ciò dovremo tenervi sotto custodia fino al verdetto del giudice. Ma
non vi preoccupate. Non sarete portato al carcere popolare, avrete un
trattamento adeguato al vostro rango e al vostro caso. Se è vero quello che
dite, e non ho motivo di credere il contrario, si tratterà soltanto di una pura
formalità, e come vi ho detto, presto sarete di nuovo libero».
Giuseppe credette ora che il mondo sprofondasse di nuovo sotto i suoi piedi. A
questo risvolto non aveva comunque pensato, ma in cuor suo sentì di poter esser
certo per quanto riguardava lui. È quanto riguardava i suoi fratelli che lo
opprimeva veramente.
Fu liberato dalle catene e condotto in una cella spaziosa ma ben arredata di
un’ala del palazzo in cui si trovavano. Aveva una grossa finestra con solide
sbarre di ferro che dava verso un’ampia campagna che non sapeva riconoscere
sebbene vedesse in lontananza il profilo netto delle Alpi. Il secondino non gli
faceva mancare nulla di quanto aveva bisogno. Fu fornito subito di acqua calda
per lavarsi e di un buon pasto con tanto di vino di qualità. Dopo essersi
ristorato si distese sul letto ed incrociò le braccia dietro la testa. L’ampia
grata che dava sul corridoio permetteva di scrutare ogni cosa compisse entro
quelle quattro mura, ma non se ne curò. Il sonno lo colse pesante e accanito.
Passarono giorni e giorni e nessuno si presentò più alla sua soglia. Solo il
secondino che gli portava i pasti e ne ritraeva gli avanzi. Domandava sempre ad
ogni secondino che si sostituiva al precedente se avesse notizie. Nessuno
sembrava saper nulla riguardo al suo caso.
Giuseppe iniziò a dubitare ed avere timore. Che forse Umberto spaventato fosse
fuggito? Che forse non l’avevano trovato? Che forse gli era successo qualcosa?
Ebbe modo di riflettere molto sul conto dei suoi fratelli e su quello che poteva
essere loro accaduto. Si domandò anche sul Varsis, su che cosa egli sapesse
davvero della famiglia. Forse avrebbe dovuto ascoltare davvero suo padre,
nonostante le drammatiche notizie che era riuscito ad apprendere dopo anni di
silenzio in proposito. Ora era troppo tardi. Si trovava in trappola, pensava. Ma
in trappola di cosa? Nessuno sapeva. Nessuno poteva sapere.
Rimase in questo stato d’angoscia fino a quando il secondino che aveva cambiato
di guarda quella mattina, gli portò il giornale.
Giuseppe lesse la prima pagina che parlava di speculazioni edilizie nel sud e in
molti grandi centri del regno e dei dissensi all’interno del governo Crispi
soprattutto con il ministro del tesoro Giovanni Giolitti. Poi voltò pagina:
“Umberto Nutti trovato impiccato in una stanza d’albergo. Lasciato un biglietto:
non posso accettare il mio miglior amico assassino”.
Capitolo n.22


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