ALLA FONTE DELLA VITA
di Nuphar Salix

I Grandi Laghi
    
Capitolo n.21  

Gli alberi innevati sfrecciavano a destra e sinistra dei cavalli spossati lungo la via. Il cielo era un’immensa distesa bianca sopra le loro teste, e minacciosa come un uragano. I candidi fiocchi avevano terminato di cadere copiosi qualche ora e prima, così senza perdere tempo avevano ripreso la corsa verso nord. Erano giorni ormai che proseguivano instancabili sulle tracce degli austriaci. Segugio era stato sostituito da Giulio Battaglia in quella ricerca frenetica. Gli austriaci risultarono più furbi di quanto avessero creduto. Coprirono infatti fin troppo bene le proprie tracce.
La notte si fermarono nella cavità di una caverna. Vi accesero un fuoco e prima di coricarsi chiusero l’ingresso con arbusti e rami per non lasciar passare il vento freddo della notte.
La mattina ripartirono con non poca difficoltà. La neve infatti aveva coperto l’ingresso della caverna e dovettero lavorare sodo per poterne uscire. Proseguirono con fatica dato che il nuovo strato innevato raggiungeva ormai circa un metro e mezzo. I cavalli non riuscivano a proseguire decisi, e i due pirati con l’aiuto di Tozzo erano intenti a spalare la neve nei punti dove maggiormente necessitava prudenza.
Quando ritennero che il sole fosse alto nel cielo sopra di loro, giunsero ad un sentiero che li condusse fuori dal bosco là dove si apriva un’incommensurata distesa d’acqua. Eritrei, Spanna e Dardelli credettero di esser giunti di nuovo al mare, ma Greuss spiegò loro che erano entrati nella grande regione dei laghi, e molti e di più grandi ne avrebbero visti in futuro. Gli occhi degli uomini furono affascinati da quei paesaggi incontaminati. Pensarono che nessun lago fosse stato più grande del lago di Como oppure del Trasimeno, eppure quello lì, li superava entrambi messi assieme. Ospitava isole ed isole nel suo bacino. Grandi isole, che a loro volta ospitavano alcuni villaggi. Proseguirono costeggiando i bacini che si susseguirono uno all’altro come insenature profonde del mare nel cuore del regno incontaminato della terra.

La piccola colonna proseguì per tutto il giorno fino a quando Giulio Battaglia non si fermò in prossimità di una piccola strettoia del sentiero nei pressi di un’altura alla loro destra ed uno strapiombo di una decina di metri alla sinistra sull’acqua. Era il cimento che ancora una volta accarezzava le sue esperte narici. Roberto a quell’espressione assorta verso il pericolo sentì serrare lo stomaco. Che forse anch’egli come il colonnello aveva il cimento? Senza dubbio Roberto però avrebbe cambiato strada per evitarlo il pericolo, e non fu la stessa cosa che fece il Battaglia. Con un gesto del loro capitano ognuno mise mano alla propria arma caricando il colpo in canna. Anche i due marinai erano stati dotati di una pistola e come tutti si allertarono.
Scese il silenzio tra loro e la foresta iniziò a parlare. Il lieve moto dell’acqua accompagnava quei momenti più gelidi della neve. Il leggero fruscio degli alberi face quasi impazzire Roberto e lo stesso qualche secco rumore provenire dalla destra.
Giulio Battaglia in tutta risposta prese ad avanzare deciso con Giampiero per quella strettoia e fece segno agli altri di restare fermi. Spanna scese da cavallo imitato dagli altri e si accostarono all’imbocco di quel budello per poi fermarsi ai suoi lati. Varo era già scomparso, e Roberto si portò più vicino a Nestore per assicurarsi sulla sua incolumità. Il fotografo si era rivelato troppo prezioso, sapeva troppo. Troppo che De Bloney non gli aveva rivelato. Troppo per lo stesso Varsis e forse per il Crispi o il Re.
Giulio avanzò guardando alla sua destra, poi d’istinto spronò il cavallo. Qualcosa accadde in quel budello prima che tutto fu ricoperto da una valanga di neve. Pietre e tronchi rovinarono fragorosamente nell’acqua innalzando alti spruzzi fino al cielo. Le bestie si agitarono e gli uomini furono costretti a lasciarle. Non si distinse bene se il suono di spari che ne seguì fu un prolungarsi del fragore della valanga. Tonetti fu colpito da un proiettile alla spalla e cadde per terra.
Gli altri si appiattirono tra la neve o dietro agli alberi o le rocce. Di Giulio Battaglia nessuna traccia.
Seguì il silenzio. Nessuno sparo né altro rumore se non quello lugubre di uccelli che si erano levati in cielo spaventati e lo scalpitare agitato dei cavalli.
Dopo brevi attimi che a Roberto sembrarono ore, un leggero vociare di uomini provenì dall’altura martoriata alla loro destra. Parlavano tedesco; erano gli austriaci.
Spanna con un lento movimento fece cenno a Brando Mosca che era vicino al carro che con un cenno della testa vi strisciò dietro. Dopo un po’ ne tornò con una dinamite in mano e la lanciò a Spanna che afferrandola si chinò di nuovo dietro alla pietra alla quale aveva trovato riparo. Senza preavviso la lanciò con quanta forza avesse in direzione delle voci.

La foresta esplose in un uragano di schegge e terra. Tre alberi rovinarono al suolo scivolando giù fino al lago, e il fumo coprì ogni cosa. Quel che ne seguì furono grida straziate e senza emettere suono ognuno di quegli uomini presero ad avanzare risalendo l’altura.
Non appena ombre barcollanti si distinsero tra i fumi della dinamite vennero abbattute dai decisi colpi di pistola e fucile. L’aria si saturò presto dell’odore della polvere da sparo. E prima che potessero rendersi conto dell’entità del pericolo una turba gridante di uomini dai decisi connotati scandinavi si riversò sul piccolo gruppo di italiani.
Quel che ne seguì fu un feroce corpo a corpo. Spanna ne abbatté quanti il caricatore del suo revolver gli permise prima di estrarre la sciabola e gettarsi nel mucchio. Cesare Dardelli inserì la baionetta e lo stesso fece Brando Mosca per poi correre contro gli assalitori. Tozzo con la sua pesante mole dopo aver gettato le pistole scariche afferrò il fucile dalla parte della canna ed iniziò a fracassarlo sulle teste dei malcapitati.
Quando gli scandinavi videro l’uomo nero ebbero un momento di esitazione per lo stupore e la paura, istante che costò loro caro. Zhuram senza repliche brandì con decisione la sua scimitarra tranciando la testa al primo ed un braccio al secondo. I due pirati riparati dagli alberi spararono a vista a quanti correvano nella loro direzione. Garieri stava medicando Tonetti che lo scansò bruscamente afferrando la spada e correndo a dar man forte ai suoi amici.
«Se proprio non si può evitare!» esclamò divertito Eritrei, prese una scure dal carro e si avviò a passi lenti verso la mischia.

Roberto se ne ritrasse assieme a Lucio e Nestore. I tre cercarono ripari nei pressi dei carri, un po’ distante dal luogo della zuffa ma nello stesso tempo esposto alla vista e vicino alla scarpata verso il lago.
Un gruppo di finlandesi infatti se ne accorse e ruggendo e gridando qualcosa nella loro lingua natia si gettarono a cercar gloria nel mezzo di quei carri. Nella corsa però il primo uomo cadde riverso addietro come se un ostacolo improvviso lo avesse colpito nel capo. L’ostacolo era la pallottola di Varo posizionato a un sessantina di metri di distanza e arrampicato su un albero. Il cecchino ricaricò con rapidità ma senza fretta il Mannlicher prendendo di nuovo la mira e facendo ancora una volta fuoco verso gli avventori. Ne stese altri due prima che gli altri si decisero di trovare un riparo da quella morte micidiale nascosta tra i rami.

Lo scontro cruento durò ancora diversi minuti prima che un galoppo di cavalli accompagnati da spari di fucili e pistole distolse l’attenzione di tutti. Dal sentiero dal quale erano appena venuti si scorsero i colbacchi dei soldati russi che giungevano di gran carriera. Senza distinguere gli uni o gli altri dei contendenti della rissa presero a sparare ad altezza d’uomo. Molti caddero.
Roberto Strinse ancor più a sé Nestore e Lucio accanto al carro. Non aveva la benché minima idea di cosa fare o come intervenire.
I russi oramai stavano per sopraggiungere quando Zhuram volò da un’altura poco distante sopra al primo cavaliere disarcionandolo e prendendo il suo posto. Invertì direzione e lanciò il cavallo contro gli avventori. Brandì magistralmente la sua scimitarra battendosi con grande valore e furore. Ben presto però fu circondato e colpito ad un fianco da una sciabola nemica, un colpo di pistola lo raggiunse ad un braccio ed un altro su una gamba. Il grosso uomo nero cadde da cavallo senza emettere alcun grido e sempre stringendo a sé la scimitarra. Come un animale braccato si dimenò e tranciò la zampa ad un cavallo disarcionando il cavaliere che gli finì addosso coprendolo da altri mortali proiettili russi.
Quello che sembrava l’ufficiale sembrò dare l’ordine di far fuoco a ripetizione, ma nessun suono giunse dalle sue labbra quando le aprì, soltanto un fiotto di sangue. La scura di eritrei gli penetrò spaccandogli la colonna vertebrale. Il vecchio scommettitore estraendo la pistola che non aveva ancora usato prese a sparare senza mancare un colpo. Mirava alla testa, e prima che i soldati compresero che cosa stesse succedendo erano già decimati.
«Brutto diavolo nero, volevi veramente dar via la tua pellaccia senza che io fossi presente a ridermela»
L’etiope nemmeno sorrise e cercò di alzarsi in piedi quando la sciabola di un soldato russo alle spalle gli spuntò dal ventre. Con furore l’africano si voltò con la spada infilata tra le carni e con occhi furenti afferrò il ragazzo che gli aveva inferto il colpo al collo e prese a stringere con la mano insanguinata facendolo divenire paonazzo. Accostò il suo volto a quello del mal capitato e stringendo i denti con ira lo vide morire.
Altri cavalieri giunsero dall’altura dove cruento era lo scontro, e con le loro spada iniziarono a falciare a destra e sinistra. Erano circondati.
Un cavaliere si portò dinanzi ai tre che erano accovacciati accanto al carro urlando loro qualcosa più volte per farsi comprendere. Roberto era troppo impaurito per mettere in moto il suo cervello e gli altri non conoscevano il russo. Il marinaio fu subito su di lui piazzandogli il pugnale sul fianco. L’uomo si dimenò ma l’altro, abile nel lavoro di coltello gli afferrò il collo tirandoglielo addietro finché i suoi movimenti non diminuirono per poi cessare del tutto. Il pirata cadde dopo il soldato che aveva ucciso. Una pallottola gli si piantò sulla schiena all’altezza del cuore.
«Presto da questa parte!» cercò di urlare senza farsi scovare Greuss seminascosto tra gli alberi.
Roberto lo vide. Avrebbero dovuto solamente attraversare un tratto scoperto per raggiungere il finlandese. Non sapeva cosa fare e quella era l’unica opportunità per uscirne vivi. Incoraggiò gli altri e prese a correre.
Alcune pallottole finirono in terra, altri sorvolarono le loro teste in quel breve tragitto. Roberto correva stringendo Nestore per sollecitarne l’andatura. Lucio se ne stava a pochi passi con il fucile in mano. Con la coda dell’occhio vide Ubaldo Garieri battersi contro tre russi appiedati per difendere il corpo di Tonetti. Ebbe un momento di esitazione, poi imbracciò il fucile per prendere la mira e quando fece per sparare sentì in anticipo il rumore del colpo. Però era un rumore strano. Un rumore che divenne dolore. Ed il suo fucile non fumava. Non riuscì più a tenerlo a portata di tiro e dovette abbassarlo per accorgersi di grondare sangue dal petto. Il giovane ragazzo si accasciò a terra riversando poi il suo viso nel fango. Dal suo corpo non si ebbe più alcun movimento.
Troppo tardi Roberto lo vide cadere. Scartò Nestore di lato per correre in soccorso del ragazzo, ma le pronte braccia di Eritrei lo arrestarono.
«Non c’è più nulla da fare per lui. Dobbiamo andarcene da qui. Non possiamo più contenerli» gli urlò ad un orecchio.
Sapeva che il soldato aveva ragione, ma dentro di sé urlava che stava sbagliando, che doveva tenere duro e correre là a trarre in salvo le innocenti spoglie di un ragazzo confuso. Con stupore vide che Zhuram era con loro. Si stringeva un panno bianco offertogli dall’altro pirata sulle molte ferite. L’Etiope non aveva intenzione di cedere e con l’aiuto di Greuss si trascinò sopra il cavallo che scivolandogli sopra lo coprì del suo sangue. Roberto non credeva che ce l’avrebbe fatta.
Ben presto riuscirono a salire ognuno sopra un cavallo e condotti da Greuss si allontanarono dalla battaglia che oramai si spegneva con tragiche sorti.

Giampiero sbuffava da grande stallone lanciato al galoppo dal suo cavaliere. Il sentiero strettissimo sembrava riversarsi ad ogni passo sui due viandanti. Giulio Battaglia cono aveva occhi se non per la sua preda. Il cavallo bianco di Gioseph Bondermak era a poca distanza da lui, sarebbe riuscito ad acciuffarlo. Ogni tanto i due uomini accanto all’austriaco si voltavano per sparare qualche colpo inatteso, ma non avevano mira ne tantomeno stabilità e mai una volta s’avvicinarono al bersaglio. Avevano fretta di voltarsi e guardare la strada. In tutta risposta Giulio ne raggiunse uno ponendosi al suo fianco. L’uomo gli puntò la pistola in faccia e fece fuoco, ma i sobbalzi del cavallo gli fecero sbagliare il colpo. Il Battaglia senza esitare afferrò la canna dell’arma strappandogliela dalle dita e con violenza gliela fracassò sulla testa. L’uomo rantolò a terra cadendo contro il tronco di un albero.
Quando riprese la corsa lanciato strinse l’impugnatura del ferro sulla mano sinistra e con pazienza innaturale puntò sulla schiena dell’altro uomo e fece fuoco. Questi cadde a terra calpestato poi da Giampiero. Oramai restava soltanto l’odiato austriaco.
Gioseph si voltò più e più volta addietro per guardare in faccia il suo inseguitore. Paura e disperazione si poterono catturare da quegli occhi fuggenti. Quando però tornò a guardare la strada il suo sguardo si rinnovò di un’inattesa speranza. Un burrone si apriva dinanzi a loro con uno stretto ponte per poterlo attraversare. Dall’altra parte cinque uomini lo stava attendendo e lui urlò qualcosa nella sua lingua. I cinque si misero all’opera e due di loro imbracciato il fucile tentarono di colpire l’inseguitore del loro padrone. Dopo un paio di colpi Gioseph urlò d’ira verso i due sentendo fischiare le pallottole a poco distanza dalle sue orecchie, ed i due smisero subito. Quando oramai era in procinto di imboccare il piccolo ponte di legno la mano d’acciaio del colonnello italiano lo afferrò per la giacca trascinandolo addietro. L’austriaco si strinse più che poté al collo del cavallo che proseguì la sua corsa riuscendo a non cadere addietro e liberandosi della presa dell’altro, qualcosa gli era però caduto.
Giulio s’arrestò impennando sul ciglio del burrone e senza attendere che l’animale s’assicurasse l’appoggio sicuro del terreno lo voltò quando era ancora a due zampe e lo spronò in direzione opposta. Pochi secondi dopo qualche scheggia del ponte si conficcò nelle carni dell’uomo e del suo cavallo. Polvere e detriti volarono ovunque e fumo ricoprì ogni cosa.
Giulio Battaglia arrestò la corsa e scese da cavallo dopodiché sanguinante si diresse in direzione del burrone quando ancora il fumo copriva ogni cosa. Gli austriaci dall’altra parte attesero scrutando in quel grigio denso di attesa che qualcosa si muovesse, ma nulla videro. Quando però notarono l’italiano avanzare verso il ciglio tra il fumo e le ceneri fu tropo tardi e non poterono imbracciar il fucile. Caddero all’unisono nel burrone domandandosi che cosa fosse successo.
«Bravo, bravo veramente!» gli disse sarcastico Bondermak battendo le mani «Veramente notevole. Ma non mi hai preso e non hai mantenuto la tua promessa di uccidermi. Come vedi ho sempre un risorsa in più di te. Certo ora puoi anche spararmi, ma sono riuscito a sfuggirti mio caro Battaglia» lo schernì poi.
Giulio senza battere ciglio teneva puntata la pistola senza emettere un verso contro di lui. Doveva soltanto premere il grilletto.
L’austriaco ebbe per un attimo paura. L’italiano non accennava a sorridere continuando a fissare su di lui gli occhi tristi e oscuri sebbene fossero azzurri. Morte vi si poteva leggere.
La pistola tuonò tre volte e per tre volte Bondermak sobbalzò in spontanei sussulti del corpo. Quando riaprì gli occhi si ritrovò da solo in mezzo a tre compagni morti per terra perforati dall’assassino italiano.
«Così voi italiani fate la guerra!? Sparando a uomini disarmati?» gli urlò di rabbia, rabbia scaturita da una profonda paura.
Giulio si chinò e raccolse l’oggetto che era caduto al nemico. Dopodiché infilò di nuovo la pistola nella fondina e voltandosi se ne andò verso il suo cavallo lasciando l’austriaco definitivamente solo nel mezzo di un paese ostile, ricercato e odiato da tutti.
L’uomo restava seduto con le gambe appoggiate sopra il logoro tavolo della bettola. Pochi erano ormai i frequentatori del posto. L’ora era tarda e la gente non aveva più spiccioli da buttare là dentro anche se i primi che ricevevano come compenso giornaliero, erano lì che li investivano all’insaputa della moglie e dei figli. La stanza puzzava di alcool sudore e fumo. La fievole fiamma del fuoco ancora ardeva mentre il proprietario della bettola tentava di ravvivarla un poco. Quando si voltò osservò l’uomo tranquillo che fumava e beveva, non aveva alcuna fretta di andarsene e cominciava ad irritarlo. Non doveva essere finlandese nonostante parlasse quasi correttamente la loro lingua. Doveva essere un uomo del sud. Già diverse volte l’aveva veduto ma non avrebbe saputo rispondere chi fosse. Si era sempre limitato a passeggiare per la via principale del villaggio per poi scomparire la sera quando scendeva la tenebra. Non aveva mai osato avvicinarsi a qualcuno per parlare e nemmeno ad alcuna donna. Sembrava non gli interessassero. Era un tipo strano, e girava armato.
I suoi pensieri furono interrotti dallo spalancarsi della porta d’ingresso. Un uomo ammantato sotto un alto cappello da nobile ne entrò. Recava un bastone in mano e un’aria autoritaria lo seguiva. Il nuovo venuto si avvicinò allo sconosciuto seduto al tavolo ed il proprietario si appoggiò al manico della scopa per poi alzare i tacchi e scomparire dietro una porta quando il tizio con il cappello lo guardò.
«Vi trovo bene Vincenzo»
«Signor De Bloney, ai suoi ordini!» rispose l’uomo facendo un gesto con la mano ma senza scomodarsi.
«Ho del lavoro per voi» disse sedendosi di fronte mentre si toglieva i guanti.
«Di cosa si tratta stavolta?»
De Bloney gettò sul tavolo un mazzetto di banconote con marchi tedeschi. L’uomo sorrise.

 

            Capitolo n.21   

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