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Gli alberi innevati sfrecciavano a destra e sinistra
dei cavalli spossati lungo la via. Il cielo era un’immensa distesa bianca sopra
le loro teste, e minacciosa come un uragano. I candidi fiocchi avevano terminato
di cadere copiosi qualche ora e prima, così senza perdere tempo avevano ripreso
la corsa verso nord. Erano giorni ormai che proseguivano instancabili sulle
tracce degli austriaci. Segugio era stato sostituito da Giulio Battaglia in
quella ricerca frenetica. Gli austriaci risultarono più furbi di quanto avessero
creduto. Coprirono infatti fin troppo bene le proprie tracce.
La notte si fermarono nella cavità di una caverna. Vi accesero un fuoco e prima
di coricarsi chiusero l’ingresso con arbusti e rami per non lasciar passare il
vento freddo della notte.
La mattina ripartirono con non poca difficoltà. La neve infatti aveva coperto
l’ingresso della caverna e dovettero lavorare sodo per poterne uscire.
Proseguirono con fatica dato che il nuovo strato innevato raggiungeva ormai
circa un metro e mezzo. I cavalli non riuscivano a proseguire decisi, e i due
pirati con l’aiuto di Tozzo erano intenti a spalare la neve nei punti dove
maggiormente necessitava prudenza.
Quando ritennero che il sole fosse alto nel cielo sopra di loro, giunsero ad un
sentiero che li condusse fuori dal bosco là dove si apriva un’incommensurata
distesa d’acqua. Eritrei, Spanna e Dardelli credettero di esser giunti di nuovo
al mare, ma Greuss spiegò loro che erano entrati nella grande regione dei laghi,
e molti e di più grandi ne avrebbero visti in futuro. Gli occhi degli uomini
furono affascinati da quei paesaggi incontaminati. Pensarono che nessun lago
fosse stato più grande del lago di Como oppure del Trasimeno, eppure quello lì,
li superava entrambi messi assieme. Ospitava isole ed isole nel suo bacino.
Grandi isole, che a loro volta ospitavano alcuni villaggi. Proseguirono
costeggiando i bacini che si susseguirono uno all’altro come insenature profonde
del mare nel cuore del regno incontaminato della terra.
La piccola colonna proseguì per tutto il giorno fino
a quando Giulio Battaglia non si fermò in prossimità di una piccola strettoia
del sentiero nei pressi di un’altura alla loro destra ed uno strapiombo di una
decina di metri alla sinistra sull’acqua. Era il cimento che ancora una volta
accarezzava le sue esperte narici. Roberto a quell’espressione assorta verso il
pericolo sentì serrare lo stomaco. Che forse anch’egli come il colonnello aveva
il cimento? Senza dubbio Roberto però avrebbe cambiato strada per evitarlo il
pericolo, e non fu la stessa cosa che fece il Battaglia. Con un gesto del loro
capitano ognuno mise mano alla propria arma caricando il colpo in canna. Anche i
due marinai erano stati dotati di una pistola e come tutti si allertarono.
Scese il silenzio tra loro e la foresta iniziò a parlare. Il lieve moto
dell’acqua accompagnava quei momenti più gelidi della neve. Il leggero fruscio
degli alberi face quasi impazzire Roberto e lo stesso qualche secco rumore
provenire dalla destra.
Giulio Battaglia in tutta risposta prese ad avanzare deciso con Giampiero per
quella strettoia e fece segno agli altri di restare fermi. Spanna scese da
cavallo imitato dagli altri e si accostarono all’imbocco di quel budello per poi
fermarsi ai suoi lati. Varo era già scomparso, e Roberto si portò più vicino a
Nestore per assicurarsi sulla sua incolumità. Il fotografo si era rivelato
troppo prezioso, sapeva troppo. Troppo che De Bloney non gli aveva rivelato.
Troppo per lo stesso Varsis e forse per il Crispi o il Re.
Giulio avanzò guardando alla sua destra, poi d’istinto spronò il cavallo.
Qualcosa accadde in quel budello prima che tutto fu ricoperto da una valanga di
neve. Pietre e tronchi rovinarono fragorosamente nell’acqua innalzando alti
spruzzi fino al cielo. Le bestie si agitarono e gli uomini furono costretti a
lasciarle. Non si distinse bene se il suono di spari che ne seguì fu un
prolungarsi del fragore della valanga. Tonetti fu colpito da un proiettile alla
spalla e cadde per terra.
Gli altri si appiattirono tra la neve o dietro agli alberi o le rocce. Di Giulio
Battaglia nessuna traccia.
Seguì il silenzio. Nessuno sparo né altro rumore se non quello lugubre di
uccelli che si erano levati in cielo spaventati e lo scalpitare agitato dei
cavalli.
Dopo brevi attimi che a Roberto sembrarono ore, un leggero vociare di uomini
provenì dall’altura martoriata alla loro destra. Parlavano tedesco; erano gli
austriaci.
Spanna con un lento movimento fece cenno a Brando Mosca che era vicino al carro
che con un cenno della testa vi strisciò dietro. Dopo un po’ ne tornò con una
dinamite in mano e la lanciò a Spanna che afferrandola si chinò di nuovo dietro
alla pietra alla quale aveva trovato riparo. Senza preavviso la lanciò con
quanta forza avesse in direzione delle voci.
La foresta esplose in un uragano di schegge e terra.
Tre alberi rovinarono al suolo scivolando giù fino al lago, e il fumo coprì ogni
cosa. Quel che ne seguì furono grida straziate e senza emettere suono ognuno di
quegli uomini presero ad avanzare risalendo l’altura.
Non appena ombre barcollanti si distinsero tra i fumi della dinamite vennero
abbattute dai decisi colpi di pistola e fucile. L’aria si saturò presto
dell’odore della polvere da sparo. E prima che potessero rendersi conto
dell’entità del pericolo una turba gridante di uomini dai decisi connotati
scandinavi si riversò sul piccolo gruppo di italiani.
Quel che ne seguì fu un feroce corpo a corpo. Spanna ne abbatté quanti il
caricatore del suo revolver gli permise prima di estrarre la sciabola e gettarsi
nel mucchio. Cesare Dardelli inserì la baionetta e lo stesso fece Brando Mosca
per poi correre contro gli assalitori. Tozzo con la sua pesante mole dopo aver
gettato le pistole scariche afferrò il fucile dalla parte della canna ed iniziò
a fracassarlo sulle teste dei malcapitati.
Quando gli scandinavi videro l’uomo nero ebbero un momento di esitazione per lo
stupore e la paura, istante che costò loro caro. Zhuram senza repliche brandì
con decisione la sua scimitarra tranciando la testa al primo ed un braccio al
secondo. I due pirati riparati dagli alberi spararono a vista a quanti correvano
nella loro direzione. Garieri stava medicando Tonetti che lo scansò bruscamente
afferrando la spada e correndo a dar man forte ai suoi amici.
«Se proprio non si può evitare!» esclamò divertito Eritrei, prese una scure dal
carro e si avviò a passi lenti verso la mischia.
Roberto se ne ritrasse assieme a Lucio e Nestore. I
tre cercarono ripari nei pressi dei carri, un po’ distante dal luogo della zuffa
ma nello stesso tempo esposto alla vista e vicino alla scarpata verso il lago.
Un gruppo di finlandesi infatti se ne accorse e ruggendo e gridando qualcosa
nella loro lingua natia si gettarono a cercar gloria nel mezzo di quei carri.
Nella corsa però il primo uomo cadde riverso addietro come se un ostacolo
improvviso lo avesse colpito nel capo. L’ostacolo era la pallottola di Varo
posizionato a un sessantina di metri di distanza e arrampicato su un albero. Il
cecchino ricaricò con rapidità ma senza fretta il Mannlicher prendendo di nuovo
la mira e facendo ancora una volta fuoco verso gli avventori. Ne stese altri due
prima che gli altri si decisero di trovare un riparo da quella morte micidiale
nascosta tra i rami.
Lo scontro cruento durò ancora diversi minuti prima
che un galoppo di cavalli accompagnati da spari di fucili e pistole distolse
l’attenzione di tutti. Dal sentiero dal quale erano appena venuti si scorsero i
colbacchi dei soldati russi che giungevano di gran carriera. Senza distinguere
gli uni o gli altri dei contendenti della rissa presero a sparare ad altezza
d’uomo. Molti caddero.
Roberto Strinse ancor più a sé Nestore e Lucio accanto al carro. Non aveva la
benché minima idea di cosa fare o come intervenire.
I russi oramai stavano per sopraggiungere quando Zhuram volò da un’altura poco
distante sopra al primo cavaliere disarcionandolo e prendendo il suo posto.
Invertì direzione e lanciò il cavallo contro gli avventori. Brandì
magistralmente la sua scimitarra battendosi con grande valore e furore. Ben
presto però fu circondato e colpito ad un fianco da una sciabola nemica, un
colpo di pistola lo raggiunse ad un braccio ed un altro su una gamba. Il grosso
uomo nero cadde da cavallo senza emettere alcun grido e sempre stringendo a sé
la scimitarra. Come un animale braccato si dimenò e tranciò la zampa ad un
cavallo disarcionando il cavaliere che gli finì addosso coprendolo da altri
mortali proiettili russi.
Quello che sembrava l’ufficiale sembrò dare l’ordine di far fuoco a ripetizione,
ma nessun suono giunse dalle sue labbra quando le aprì, soltanto un fiotto di
sangue. La scura di eritrei gli penetrò spaccandogli la colonna vertebrale. Il
vecchio scommettitore estraendo la pistola che non aveva ancora usato prese a
sparare senza mancare un colpo. Mirava alla testa, e prima che i soldati
compresero che cosa stesse succedendo erano già decimati.
«Brutto diavolo nero, volevi veramente dar via la tua pellaccia senza che io
fossi presente a ridermela»
L’etiope nemmeno sorrise e cercò di alzarsi in piedi quando la sciabola di un
soldato russo alle spalle gli spuntò dal ventre. Con furore l’africano si voltò
con la spada infilata tra le carni e con occhi furenti afferrò il ragazzo che
gli aveva inferto il colpo al collo e prese a stringere con la mano insanguinata
facendolo divenire paonazzo. Accostò il suo volto a quello del mal capitato e
stringendo i denti con ira lo vide morire.
Altri cavalieri giunsero dall’altura dove cruento era lo scontro, e con le loro
spada iniziarono a falciare a destra e sinistra. Erano circondati.
Un cavaliere si portò dinanzi ai tre che erano accovacciati accanto al carro
urlando loro qualcosa più volte per farsi comprendere. Roberto era troppo
impaurito per mettere in moto il suo cervello e gli altri non conoscevano il
russo. Il marinaio fu subito su di lui piazzandogli il pugnale sul fianco.
L’uomo si dimenò ma l’altro, abile nel lavoro di coltello gli afferrò il collo
tirandoglielo addietro finché i suoi movimenti non diminuirono per poi cessare
del tutto. Il pirata cadde dopo il soldato che aveva ucciso. Una pallottola gli
si piantò sulla schiena all’altezza del cuore.
«Presto da questa parte!» cercò di urlare senza farsi scovare Greuss
seminascosto tra gli alberi.
Roberto lo vide. Avrebbero dovuto solamente attraversare un tratto scoperto per
raggiungere il finlandese. Non sapeva cosa fare e quella era l’unica opportunità
per uscirne vivi. Incoraggiò gli altri e prese a correre.
Alcune pallottole finirono in terra, altri sorvolarono le loro teste in quel
breve tragitto. Roberto correva stringendo Nestore per sollecitarne l’andatura.
Lucio se ne stava a pochi passi con il fucile in mano. Con la coda dell’occhio
vide Ubaldo Garieri battersi contro tre russi appiedati per difendere il corpo
di Tonetti. Ebbe un momento di esitazione, poi imbracciò il fucile per prendere
la mira e quando fece per sparare sentì in anticipo il rumore del colpo. Però
era un rumore strano. Un rumore che divenne dolore. Ed il suo fucile non fumava.
Non riuscì più a tenerlo a portata di tiro e dovette abbassarlo per accorgersi
di grondare sangue dal petto. Il giovane ragazzo si accasciò a terra riversando
poi il suo viso nel fango. Dal suo corpo non si ebbe più alcun movimento.
Troppo tardi Roberto lo vide cadere. Scartò Nestore di lato per correre in
soccorso del ragazzo, ma le pronte braccia di Eritrei lo arrestarono.
«Non c’è più nulla da fare per lui. Dobbiamo andarcene da qui. Non possiamo più
contenerli» gli urlò ad un orecchio.
Sapeva che il soldato aveva ragione, ma dentro di sé urlava che stava
sbagliando, che doveva tenere duro e correre là a trarre in salvo le innocenti
spoglie di un ragazzo confuso. Con stupore vide che Zhuram era con loro. Si
stringeva un panno bianco offertogli dall’altro pirata sulle molte ferite.
L’Etiope non aveva intenzione di cedere e con l’aiuto di Greuss si trascinò
sopra il cavallo che scivolandogli sopra lo coprì del suo sangue. Roberto non
credeva che ce l’avrebbe fatta.
Ben presto riuscirono a salire ognuno sopra un cavallo e condotti da Greuss si
allontanarono dalla battaglia che oramai si spegneva con tragiche sorti.

Giampiero sbuffava da grande stallone lanciato al
galoppo dal suo cavaliere. Il sentiero strettissimo sembrava riversarsi ad ogni
passo sui due viandanti. Giulio Battaglia cono aveva occhi se non per la sua
preda. Il cavallo bianco di Gioseph Bondermak era a poca distanza da lui,
sarebbe riuscito ad acciuffarlo. Ogni tanto i due uomini accanto all’austriaco
si voltavano per sparare qualche colpo inatteso, ma non avevano mira ne
tantomeno stabilità e mai una volta s’avvicinarono al bersaglio. Avevano fretta
di voltarsi e guardare la strada. In tutta risposta Giulio ne raggiunse uno
ponendosi al suo fianco. L’uomo gli puntò la pistola in faccia e fece fuoco, ma
i sobbalzi del cavallo gli fecero sbagliare il colpo. Il Battaglia senza esitare
afferrò la canna dell’arma strappandogliela dalle dita e con violenza gliela
fracassò sulla testa. L’uomo rantolò a terra cadendo contro il tronco di un
albero.
Quando riprese la corsa lanciato strinse l’impugnatura del ferro sulla mano
sinistra e con pazienza innaturale puntò sulla schiena dell’altro uomo e fece
fuoco. Questi cadde a terra calpestato poi da Giampiero. Oramai restava soltanto
l’odiato austriaco.
Gioseph si voltò più e più volta addietro per guardare in faccia il suo
inseguitore. Paura e disperazione si poterono catturare da quegli occhi
fuggenti. Quando però tornò a guardare la strada il suo sguardo si rinnovò di
un’inattesa speranza. Un burrone si apriva dinanzi a loro con uno stretto ponte
per poterlo attraversare. Dall’altra parte cinque uomini lo stava attendendo e
lui urlò qualcosa nella sua lingua. I cinque si misero all’opera e due di loro
imbracciato il fucile tentarono di colpire l’inseguitore del loro padrone. Dopo
un paio di colpi Gioseph urlò d’ira verso i due sentendo fischiare le pallottole
a poco distanza dalle sue orecchie, ed i due smisero subito. Quando oramai era
in procinto di imboccare il piccolo ponte di legno la mano d’acciaio del
colonnello italiano lo afferrò per la giacca trascinandolo addietro. L’austriaco
si strinse più che poté al collo del cavallo che proseguì la sua corsa riuscendo
a non cadere addietro e liberandosi della presa dell’altro, qualcosa gli era
però caduto.
Giulio s’arrestò impennando sul ciglio del burrone e senza attendere che
l’animale s’assicurasse l’appoggio sicuro del terreno lo voltò quando era ancora
a due zampe e lo spronò in direzione opposta. Pochi secondi dopo qualche
scheggia del ponte si conficcò nelle carni dell’uomo e del suo cavallo. Polvere
e detriti volarono ovunque e fumo ricoprì ogni cosa.
Giulio Battaglia arrestò la corsa e scese da cavallo dopodiché sanguinante si
diresse in direzione del burrone quando ancora il fumo copriva ogni cosa. Gli
austriaci dall’altra parte attesero scrutando in quel grigio denso di attesa che
qualcosa si muovesse, ma nulla videro. Quando però notarono l’italiano avanzare
verso il ciglio tra il fumo e le ceneri fu tropo tardi e non poterono imbracciar
il fucile. Caddero all’unisono nel burrone domandandosi che cosa fosse successo.
«Bravo, bravo veramente!» gli disse sarcastico Bondermak battendo le mani
«Veramente notevole. Ma non mi hai preso e non hai mantenuto la tua promessa di
uccidermi. Come vedi ho sempre un risorsa in più di te. Certo ora puoi anche
spararmi, ma sono riuscito a sfuggirti mio caro Battaglia» lo schernì poi.
Giulio senza battere ciglio teneva puntata la pistola senza emettere un verso
contro di lui. Doveva soltanto premere il grilletto.
L’austriaco ebbe per un attimo paura. L’italiano non accennava a sorridere
continuando a fissare su di lui gli occhi tristi e oscuri sebbene fossero
azzurri. Morte vi si poteva leggere.
La pistola tuonò tre volte e per tre volte Bondermak sobbalzò in spontanei
sussulti del corpo. Quando riaprì gli occhi si ritrovò da solo in mezzo a tre
compagni morti per terra perforati dall’assassino italiano.
«Così voi italiani fate la guerra!? Sparando a uomini disarmati?» gli urlò di
rabbia, rabbia scaturita da una profonda paura.
Giulio si chinò e raccolse l’oggetto che era caduto al nemico. Dopodiché infilò
di nuovo la pistola nella fondina e voltandosi se ne andò verso il suo cavallo
lasciando l’austriaco definitivamente solo nel mezzo di un paese ostile,
ricercato e odiato da tutti.
L’uomo restava seduto con le gambe appoggiate sopra il logoro tavolo della
bettola. Pochi erano ormai i frequentatori del posto. L’ora era tarda e la gente
non aveva più spiccioli da buttare là dentro anche se i primi che ricevevano
come compenso giornaliero, erano lì che li investivano all’insaputa della moglie
e dei figli. La stanza puzzava di alcool sudore e fumo. La fievole fiamma del
fuoco ancora ardeva mentre il proprietario della bettola tentava di ravvivarla
un poco. Quando si voltò osservò l’uomo tranquillo che fumava e beveva, non
aveva alcuna fretta di andarsene e cominciava ad irritarlo. Non doveva essere
finlandese nonostante parlasse quasi correttamente la loro lingua. Doveva essere
un uomo del sud. Già diverse volte l’aveva veduto ma non avrebbe saputo
rispondere chi fosse. Si era sempre limitato a passeggiare per la via principale
del villaggio per poi scomparire la sera quando scendeva la tenebra. Non aveva
mai osato avvicinarsi a qualcuno per parlare e nemmeno ad alcuna donna. Sembrava
non gli interessassero. Era un tipo strano, e girava armato.
I suoi pensieri furono interrotti dallo spalancarsi della porta d’ingresso. Un
uomo ammantato sotto un alto cappello da nobile ne entrò. Recava un bastone in
mano e un’aria autoritaria lo seguiva. Il nuovo venuto si avvicinò allo
sconosciuto seduto al tavolo ed il proprietario si appoggiò al manico della
scopa per poi alzare i tacchi e scomparire dietro una porta quando il tizio con
il cappello lo guardò.
«Vi trovo bene Vincenzo»
«Signor De Bloney, ai suoi ordini!» rispose l’uomo facendo un gesto con la mano
ma senza scomodarsi.
«Ho del lavoro per voi» disse sedendosi di fronte mentre si toglieva i guanti.
«Di cosa si tratta stavolta?»
De Bloney gettò sul tavolo un mazzetto di banconote con marchi tedeschi. L’uomo
sorrise.
Capitolo n.21


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