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Italo Alfieri uscì dal Cimitero Generale e si guardò
attorno sul parco. Nessuno sembrava attenderlo, nessuno che gli degnasse più di
uno sguardo passeggero e indifferente.
Sebbene l’estate fosse ormai inoltrata il sole stava scendendo, ed un’insolita
aria fresca fece frusciare le chiome degli alberi del parco. Italo si tirò su il
bavero per coprirsi il collo. Non sapeva distinguere se era il freddo o qualcosa
dentro a farlo rabbrividire. Si diresse verso il Ponte Carlo Emanuele I ed
attraversò il Dora. Mentre attraversava il ponte estrasse di nuovo il piccolo
biglietto che aveva trovato sulla lapide del padre. Non c’erano dubbi, era un
indirizzo. Ma di chi? Italo non conosceva nessuno che abitasse in quella via. Si
tenne il cappello ad una folata di vento e proseguì.
Vi erano pochi passanti in quel quartiere. L’ora tarda aveva fatto preferire a
chiunque di rimanere nelle proprie case o in qualche taverna a mangiare un
boccone. Anche lui aveva fame, ma tutto ciò l’aveva sconvolto e incuriosito e
allo stesso tempo spaventato.
Quando infine giunse alla via iniziò a scrutare le
case e le palazzine a tre piani. La maggior parte erano già tutte illuminate
all’interno da parte dei loro occupanti. Un po’ ovunque si udivano i rumori di
stoviglie e qualche richiamo qua e là. Sentì un cane abbaiare poco distante da
lui in un cortiletto di una casa, ed un altro rispondergli dall’altro lato della
strada. Passò una carrozza correndo veloce che venne seguita da un’altra che
invece procedeva lenta per la sua strada sotto la cantilena incessante del suo
conducente. Diversi passanti lo incrociarono e tirarono dritti, ed Italo osservò
il tutto come se fosse parte di un quadro lontano nei suoi ricordi remoti. Aveva
un’aria un poco familiare, un odore speciale. E quando si voltò alla sua
sinistra vide che alla finestra aperta del primo piano un uomo stava pulendo i
pennelli mentre ammirava l’avanzare della sua opera su tela. Riconobbe prima di
voltarsi quell’odore di olio e colori. Non ricordava come e in che modo ma già
aveva avuto motivo di assaporarne e goderne.
Tirò dritto ancora un poco fino a giungere al numero
7. Era una palazzina di tre piani con una facciata intonacata stile neoclassico.
La casa era un poco fatiscente e trascurata. Crepe si notavano un po’ ovunque e
i rampicanti del piccolo giardino sottostante coprivano parte del primo piano
comprendo persino una finestra. Rovi e cespugli sbucavano da dietro il muretto
tra l’inferriata arrugginita del piccolo recinto. Al secondo piano un vetro era
spaccato e nessuno l’aveva aggiustato, segno conciso che la casa di sicuro era
abbandonata. Italo controllò di nuovo se si fosse sbagliato. Il nome della via e
del numero corrispondevano, non poteva essere altro che quella.
Con un po’ di circospezione e scetticismo per ciò che stava per fare entrò nel
breve vialetto che lo portava ai gradini del portone d’ingresso. Afferrò la
catenella di lato e tirò facendo suonare la campana. Nessuno rispose, e suonò
più di una volta.
Cercò di affacciarsi su una finestra di lato per vedere se qualcuno all’interno
ci fosse. Nessuno. Sconcertato si sistemò di nuovo il cappello in testa e si
passò una mano sul pizzo e sui baffi dopodiché scese i gradini per tornare
addietro.
Forse il foglietto era stato lasciato là alla morte del padre, e siccome lui non
vi aveva più messo piede poteva darsi che gli abitanti della casa avessero
cambiato posto o fossero morti, chiunque questi fossero. Ma allora perché
soltanto pochi giorni prima gli era giunta la strana lettera? Non poteva essere,
i tempi erano giusti, ma perché la casa era abbandonata?
Non gli restava altro da fare che andarsene. Ma dove? Non aveva un posto dove
stare, non poteva rivelare chi fosse, l’avrebbero presto preso e condannato.
Diffidava persino degli amici di un tempo. Non sapeva cosa fare e mentre tornava
sulla via si voltò un’ultima volta verso la casa sperando che qualcuno uscisse
dal portone domando chi fosse a quell’ora.
Non vide la porta aprirsi, ma con sua sorpresa vide un debole lume provenire da
una finestra del secondo piano. Era accesa anche prima? Non ricordava. Qualcuno
l’aveva di sicuro accesa da poco.
A gran fretta ripercorse il vialetto e si trovò di nuovo l’uscio di fronte.
Afferrò la catena e la tirò più volte.
«C’è nessuno qui dentro?» attese risposta ma non ne arrivò.
Suonò ancora con forza scostandosi un poco per vedere se il lume alla finestra
era il riverbero di qualche lampione. Vide che invece persisteva ed ardeva
all’interno. La casa era abitata.
«C’è qualcuno?» e ancora non ebbe risposta.
Era esitante ad alzare la voce. Soprattutto per il fatto che non era cortese, ma
aveva anche paura che qualcuno ascoltando si accorgesse di lui.
Deciso si portò di nuovo di fronte all’uscì per bussare i battenti e con sua
grande sorpresa scoprì che il portone era già aperto. Lo spinse di un poco e vi
ficcò la testa.
Tutto era spento e nessun rumore o voce giungeva.
«C’è qualcuno, è permesso!» disse a voce alta. Nessuno rispose.
Quando gli occhi si furono abituati a quell’oscurità si trovò di fronte una casa
completamente abbandonata ma intatta nei mobili e nell’arredamento. La polvere
copriva ogni angolo e molte ragnatele formavano uno spettrale ambiente oscuro.
Dalla polvere accumulata sul pavimento la gente non vi entrava ormai da
moltissimo tempo. Di fronte a lui vide uno specchio dove riflessa poteva
ammirare la sua immagine opaca e coperta dalle ragnatele e dalla sporcizia. Vi
erano due amorini ai lati della specchiera ed erano completamente impolverati
anch’essi. Anche un grosso vaso di fiori appassiti giaceva inespressivo in un
angolo.
Italo a lenti passi circospetti avanzò verso la scalinata di legno. Ogni suo
passo provocava un leggero scricchiolio facendo temere la fragilità della casa.
Iniziò salire quelle scale alzando ad ogni passo una piccola nuvola di polvere.
Nel primo pianerottolo vi era un mobiletto con sopra un orologio fermo a
mezzanotte. Appesi alla parete vi erano numerosi dipinti, ritratti opachi di
uomini e donne sconosciuti. Tutti sembravano guardarlo al suo passaggio ed un
brivido gelido attraverso la schiena dell’Alfieri. Quando giunse al primo piano
dove aveva veduto la luce da fuori, il suo andare venne bloccato come se un muro
di vetro si fosse posto tra lui e la sua strada. Si voltò di lato verso l’ultimo
dipinto alla sua destra. Lo guardò quasi impietrito e portò una mano sulla sua
superficie per poter portar via lo strato di polvere grigia. I colori
acquistarono un altro tono, un leggero colore di vita, e quei tratti, quel volto
e quell’espressione suscitarono in un lui un moto d’inquieti ricordi. Era certo
di non sbagliare, la somiglianza era senza eguali. Non poteva sbagliarsi su
questo. Il dipinto che stava osservando era il dipinto di Antonio Corrado
Alfieri, suo padre. Di sicuro una somiglianza senza eguali, di sicuro un caso
inspiegabile, ma l’inquietudine in lui stava prendendo il sopravvento senza
dubbio.

Dopo alcuni minuti d’incertezza proseguì per il
salotto che lì avanti si apriva. Poltrone e divani impolverati, una tavola
apparecchiata abbandonata impolverata anch’essa, e l’antica lucentezza di quelle
posate d’argento scomparsa come il sole del giorno. Fu in quel momento che si
accorse che dalla porta dall’altra parte della sala proveniva un leggero
bagliore.
«C’è nessuno?» domandò con voce tremate.
Nessuna risposta raggiunse i suoi orecchi. Si voltò addietro per essere certo di
avere sempre a portata di mano una via di fuga per ogni eventualità. Poi si fece
coraggio e mosse i suoi passi attraversando quel salotto spettrale. Varcò la
soglia che conduceva nella stanza adiacente e vide una lucerna ardere sopra un
mobile alla sua destra. Un’altra porta si apriva di fronte a lui dove una
voragine nera richiamava brividi gelidi. In fondo alla stanza sempre alla sua
destra si apriva un’ampia finestra, molto probabilmente la finestra dove in
strada aveva vista la luce. Un pianoforte verticale con due candelabri laterali
era sistemato alla sua sinistra tra un porta d’ingresso ed un’altra. Un tappeto
scuro ed opaco ricopriva la maggior parte del pavimento. Una grossa credenza
copriva quasi tutta la parete di sinistra ed un lampadario a dieci braccia
scendeva dal soffitto decorato con forme strane, non identificabili con quella
penombra. Sotto il lampadario vi era un grosso tavolo con sopra un Busto di
Carlo Alberto da un lato e una stata di un unicorno dall’altra. Un calamaio con
una penna, ed un foglio bianco. Di fronte alla finestra e dietro al tavolo vi
era una poltrona di pelle nera con lo schienale rivolto verso il nuovo venuto.
«Ci sono mondi che solo la nostra fantasia riescono
a vedere e riconoscerli come veri. E sono tutti quei mondi per i quali gli
uomini, nella storia hanno combattuto morendo senza veder sorgere il sole su di
essi. Questi mondi restano immortali e indelebili nei ricordi di chi giovò del
sacrificio di coloro che i loro carnefici chiamarono eroi».
Italo s’irrigidì di colpo a quelle parole e volgendo la sua attenzione alla
poltrona lentamente questa ruotò su se stessa mostrando il volto di chi le aveva
pronunciate.
Il cuore di Italo ebbe un sussulto.
Un uomo segnato dal tempo sedeva in quel seggio. Un
uomo dai candidi capelli con sfumature argentate. Le rughe erano marcate e
forti, alone di una durezza e decisione che lo scorrere del tempo non avevano
smorzato. E gli occhi, quegli occhi vuoti, bianchi, e quelle cicatrici che un
tempo li avevano martoriati facendo calare l’oscurità sul suo sguardo. Italo
rimase interdetto a quella vista. Non aveva parole e paura gli attanagliava lo
stomaco. Sembrava un fantasma uscito da uno di quei mondi che poco prima il
vecchio aveva citato.
Un breve impulso gli fece scattare un passo indietro. Voleva fuggire.
«Hai paura!» domandò con un tono che sembrava più che altro un’affermazione.
Italo non rispose continuando a fissarlo con paura.
«Paura di un uomo cieco ed anche storpio?» domandò appoggiandosi con le mani al
tavolo e spingendo in dietro la poltrona.
A quella vista Italo rimase inorridito. L’uomo era privo delle gambe, eppure la
sua autorità, il suo alone di reverenziale timore andavano al di là di quell’handicap,
andavano al di là di quei limiti umani.
«Ti aspettavo» disse poi «Ho atteso a lungo il tuo arrivo. Da quando tuo padre
morì attesi che un Alfieri varcasse la soglia dell’incredibile salendo le
cigolanti scale dell’incertezza per posare i suoi piedi in un polveroso tappeto
di sogni» l’uomo rimaneva immobile con le mani fermamente poggiate nei braccioli
della poltrona.
Il suo sguardo era fisso sull’Alfieri, e questi si sentì inchiodato lì, come da
un occhio che scruta al di là della carne per giungere nel profondo intimo
dell’anima.
«Il dolore per la tua perdita ha raggiunto anche questa casa, e ha pianto. Ha
pianto perché il barbaro mondo ha colpito con la sua atrocità per uccidere di
nuovo i sogni» proseguì «Ma se ora tu sei qui c’è ancora speranza».
Italo Alfieri indietreggiò ancora di qualche passo e fece per varcare la soglia
quando urtò contro qualcosa. Si voltò e vide che la porta dalla quale era
entrato era chiusa. Lui non l’aveva chiusa quando era entrato. O forse sì? Non
ricordava. I suoi pensieri erano annebbiati ed insicuri Non era più certo di
quello che aveva visto e ciò che aveva compiuto. L’unica cosa di cui era sicuro
che in quella casa si trovavano molte di quelle domande che gli gravavano
nell’animo.
«Potresti per favore prendermi da bere in quella credenza sotto il lucerniere?
Te ne sarei davvero grato. Come puoi vedere non posso muovermi» ed alzò un
braccio sinistro per indicare il luogo in cui si trovava il frutto della sua
richiesta, ma gli occhi erano sempre fissi su di lui.

Per un momento Italo rimase incerto sul da farsi. Si
accorse solo allora di stare tremando, e solo allora si accorse di non aver
proferito parola.
Lentamente si diresse nella direzione indicata dal vecchio e titubante aprì
l’unico sportello. L’uomo rimase immobile con il braccio alzato. Poi Italo si
voltò di nuovo e si abbassò per estrarne una bottiglia di cristallo contenente
qualche liquore ed un bicchiere. Quando si voltò rimase gelato ad una sua nuova
osservazione. I suoi passi sulla polvere avevano lasciato l’impronta, ma non
c’erano impronte precedenti alle sue che potessero testimoniare qualcuno che
avesse acceso la lucerna. Tremante appoggiò la bottiglia ed il bicchiere sul
tavolo e si allontanò di fretta per portarsi in prossimità della porta.
«Tu non bevi?»
Italo non rispose e l’uomo afferrata la bottiglia ne versò il contenuto
sul bicchiere. Parte ne cadde fuori e Italo si maledì la sua maleducazione.
L’uomo cieco non poteva versarsi da solo il liquore. Mentre compiva tale
operazione i suoi occhi vuoti erano fissi su quelli del conte.
«Oggi è un giorno particolare e c’è da festeggiare!» disse l’uomo alzando il
bicchiere in un brindisi prima di portarlo alle labbra.
Dopo averlo posato di nuovo sul tavolo disse «Bene figliolo. Ora arriviamo al
sodo. Dovresti prendere quella cassetta di legno con l’immagine di un unicorno
argentato su quello scaffale là» ed alzando il braccio destro gli indicò il
luogo esatto in cui questa si trovava.
Questa volta Italo prontamente afferrò la scatola e la poggiò sul tavolo per poi
allontanarsi, ma questa volta la voce del vecchio l’arrestò «Aprila!» non
lasciava repliche.
Alfieri accostandosi di nuovo al tavolo afferrò di nuovo la cassetta di legno
scuro e portò le sue dita sull’unicorno che doveva essere una piccola serratura.
Si accorse che l’animale ruotava su stesso facendo scattare la molla. Dopodiché
alzò il coperchio e vi trovò al suo interno dei franchi, delle sterline, alcuni
documenti e un sacchettino.
«Questi ti serviranno per aiutare tuo fratello» gli disse.
A quelle parole con incertezza Italo prese i documenti tra le mani e l’aprì. Di
nuove restò gelato a tale rivelazione. L’uomo della foto del documento era la
sua, ma il nome era Gaubert Villenoire.
«Che cosa significa tutto questo?» riuscì infine a domandare.
«Significa che è giunto il momento di partire ragazzo mio»
«Partire per dove?»
«Per ricongiungere la tua famiglia»
Italo ebbe un brivido gelido lungo la schiena.
«C che cosa vuoi dire!?»
«Quello che ho detto. Tuo padre da sempre ha atteso questo momento, e coi suoi
occhi avrebbe voluto vederlo»
«Che cosa ne sai tu di mio padre?» insisté Italo ora che aveva iniziato a
prendere sicurezza di sé.
«Tutto ciò che un buon italiano debba sapere su di lui: che fu un grande eroe,
un patriota un uomo leale…»
«Chi era mio padre lo so bene. Ma non so chi sei tu cosa vuoi da me e che cosa…»
lo interruppe bruscamente l’Alfieri che fu a sua volta interrotto.
«Shhh Ascolta!» fece il vecchio alzando una mano. Dopodiché chiuse gli occhi
vuoti e tirò addietro il capo come per ascoltare una dolce melodia.
Senza sapere perché Italo ubbidì e tacque ascoltando il silenzio profondo di una
casa carica di segreti.
Lievemente una leggera melodia scosse la polvere
degli orecchi increduli del conte, percosse le sue membra rimbalzando tra le
pareti antiche di quelle stanze dimenticate. Sembrò per un momento che il vento
della via fosse entrato per ripulire la lordura di lustri d’abbandono. Quando la
musica crebbe Italo poté distinguerla. Le note di Verdi aleggiavano nell’aria.
Un lento “Và Pensiero” scivolava paziente tra le pagine dei libri, tra i
soprammobili spenti, tra i quadri vitrei insinuandosi negli orecchi ottusi del
conte.
Italo si voltò di scatto per vedere da dove provenisse il suono.
I due candelieri ai lati del pianoforte ardevano illuminando una bambina in
candide vesti che accarezzava i tasti del piano producendo la dolce melodia.
Lunghi capelli neri sciolti si muovevano armonici ai suoi movimenti ed un fiore
rosso era posto in una verde fascia che impediva loro di caderle sul viso.
«La musica formò l’uomo, lo riempì dello spirito vitale, lo indusse ad afferrare
il proprio destino gettandosi nel mondo per costruire la sua storia, la sua
vicenda immortale.
Secoli passarono, millenni, il suo ricordo svanì nell’ombra dell’oblio, il suo
nome nessuno più ricordò, le sue spoglie divennero cenere soffiata dal vento che
tornarono terra. Nulla rimase di lui, la terra che un tempo lo partorì lo
rivolle a sé cancellando la sua esistenza dalla terra dei viventi. Ma quella
musica, quella musica di cui la sua anima fu piena, quella visse nelle ere,
attraversò il tempo per giungere a noi sotto forma di altri uomini che non
sapendo da dove provenissero quelle note antiche costruirono il mondo dove ora
noi viviamo. Senza quell’uomo scomparso e dimenticato noi ora non esisteremmo,
perché disse che non serviva afferrare il destino abbandonandosi a quella musica
che copiosa sgorgava dal cuore. Disse che non serviva vivere nel dolore per
costruire un qualcosa che forse, soltanto altri avrebbero potuto goderne.
Preferì restare anonimo, nell’ombra, e la terra lo inghiottì come non degno
dell’opportunità concessagli dal cielo. Perché restò muto non cantando quelle
note. Perché restò fermo quando il vento che passava lo chiamava a sé.
Ecco il senso della musica, ecco il senso del vivere. E ora và, raggiungi tuo
fratello nelle lontane nevi del nord, salvalo, e conducilo vittorioso nella sua
patria. Solo tu puoi salvarlo» la stanza sembrò perdere il colore grigio della
polvere alla luce delle candele, tutto parve colorato ai suoi occhi, rinnovato e
nuovo, vivo e pulsante.
«Da cosa!? Come farò a trovarlo, dove devo andare!?»
«I miei occhi sono stanchi. È tempo che io riposi. Và ora e non tardare, và, e
ricorda che solo la musica potrà salvarti quando ogni altra speranza sarà
preclusa».
Italo capì che il vecchio non avrebbe rivelato
null’altro. Capì che quello era il momento di andarsene, ma dove? Come avrebbe
fatto a trovare Roberto? Perché era in pericolo? Che cosa lo minacciava? Che
cosa doveva vincere? Con queste domande si accinse alla porta.
Quando strinse la maniglia si sentì tirare la giacca. Si voltò ed il radioso
viso di una bambina gli sorrideva. Uno strano effetto di luce fece sembrare ai
suoi occhi che quel volto brillasse di luce propria. La bambina si tolse il
fiore dal capo e allungò una mano. L’uomo si chinò e la bambina gli pose il
fiore all’occhiello della giacca e alzandosi in punta di piedi lo baciò in una
guancia. Poi corse via sorridente negli occhi luminosi.
Forse Linda era lì.
Capitolo n.20


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