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ALLA FONTE DELLA VITA
di
Nuphar Salix
I Grandi Laghi
Capitolo n.19

"Il dolore rivela ciò che spesso agli occhi è celato"
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Dovettero lasciare al più presto Mäntsälä. I Russi
erano sulle loro tracce e stavano setacciando tutte le campagne adiacenti. Non
diedero molto peso alle urla disperate di Nestore per la perdita della sua
borsa. Salirono tutti sui carri e sui cavalli e lasciarono a Varo il compito di
coprire le tracce.
Corsero per tutta la giornata e allungarono il tragitto deviando per Lukko un
piccolo villaggio in mezzo alla foresta finlandese.
I luoghi che attraversarono sembravano essere usciti da quelle fiabe lontane che
narravano di orchi e fate malvagie. Un aspetto sinistro appariva ai loro occhi,
ed il freddo pungente di quelle contrade penetrava nelle ossa scotendo l’anima.
In quei luoghi Roberto ebbe come l’impressione di percepire il respiro della sua
anima, attratta dal richiamo di quelle nebbie e quegli odori che s’insinuavano
ovunque. Era certo oramai di essere entrato nella valle degli spettri, e la sua
anima li percepiva, li sentiva danzare nell’aria con volti impassibili al loro
passaggio. Migliaia di occhi che li osservavano, migliaia di sussurri e
scricchiolii sinistri che provenivano nel folto del verde, di un verde ormai
spento della foresta.
Si lasciarono guidare da Greuss Inganavar che consigliò loro di abbandonare la
strada in favore di un sentiero che lui conosceva e che tagliava la foresta. Una
volta giunti a Lukko chiesero ospitalità a quella povera gente, ed ottennero
solamente un capanno che un tempo fu stalla per animali.
Lì si sistemarono per la notte accendendo un gran fuoco per allontanare gli
spettri delle tenebre che minacciavano il cuore.
Nestore rimase silente. Il suo volto era segnato da lacrime che l’avevano
scavato con grande fatica e pazienza. Ora era un guscio vuoto, un’immagine
riflessa di un uomo colmo del suo dolore. Dolore che nessuno avrebbe potuto
alleviare. Aveva rinunciato a mangiare e ora non voleva dormire. Roberto sapeva
che in quella borsa si celava la vita segreta di un piccolo uomo grande. Provava
tenerezza per lui, ne aveva compassione ma non poteva farci nulla. Oramai la
borsa era nelle mani di Bondermak e sicuramente una volta aver visto che non
conteneva nulla d’interessante l’avrebbe gettata, o forse, nella migliore delle
ipotesi, l’avrebbe lasciata direttamente sul treno.
Ripresero la marcia la mattina successiva.
Camminarono nell’oscurità della foresta. Greuss apriva la strada battendo il
sottobosco e gli uomini lo seguivano senza fare commenti. Percepivano nell’aria
che qualcosa era loro ostile. Sentivano in cuore loro che non avrebbero potuto
scherzare, che c’era qualcuno o qualcosa là attorno pronto a saltargli addosso
non appena avessero abbassato le difese. Nonostante ciò nessuno sospettò di
Greuss e della strada per la quale li stava conducendo. Giulio Battaglia aveva
un occhio sempre vigile ed era pronto ad estrarre la pistola sulla schiena
dell’uomo se fosse stato necessario. Spanna era dello stesso parere e il
finlandese aveva sempre qualcuno sul collo intento a non farlo fuggire.
Lungo il viaggio sul carro, accanto a Roberto, Nestore divenne sempre più
pallido, si strinse le braccia attorno alla vita e cadde sul cassone del carro
privo di sensi.
Quando riprese conoscenza si trovavano all’interno
di una casa in pietra scaldata da un grosso camino. Vi erano soltanto il medico
Ubaldo, Roberto, Lucio e Cesare Dardelli. Gli altri erano andati fuori in
perlustrazione.
«Ti senti meglio?» domandò il medico.
Nestore annuì con un leggere movimento del capo.
«Ti era salita la febbre come mai avevo visto prima, e mi meraviglio
sinceramente che tu ce l’abbia fatta. Hai lottato tra la vita e la morte per ben
tre giorni» aggiunse.
«Siamo stati fortunati a trovare questo casolare abbandonato. Con un po’ di
ritocchi è tornato ad essere abitabile e Ubaldo ha potuto medicarti come meglio
poteva» spiegò Roberto.
«Ma ora non ti devi preoccupare. Puoi riposare ancora qualche giorno se lo
necessiti…» disse infine il medico mentre rimetteva dentro la sua borsa gli
strumenti del mestiere.
«…e…dobbiamo andare!» rispose il fotografo cercando di alzarsi dal letto.
«Non ti preoccupare. Il tempo è peggiorato e le condizioni non ci permettevano
di continuare. Inoltre gli austriaci a quest’ora avranno l’intera armata di
Finlandia alle loro calcagna. Non faranno molta strada» lo rassicurò Roberto con
un sorriso mentre gli poneva delicatamente una mano sul petto per farlo calmare.
Il medico si ritirò in una porticina accanto al camino e nella stanza rimasero
soltanto in quattro. Lucio stava discutendo con Cesare, più o meno della sua
stessa età, e Roberto rimase al giaciglio del fotografo.
«Non ci muoveremo da qui finché non ti sarai rimesso a dovere».
«Ma non capisci? Sta morendo!» gridò allarmato Nestore, quasi balzando fuori dal
letto.
A quello scatto Lucio e Cesare si zittirono voltandosi.
«Chi, sta, morendo!» domandò Roberto scandendo singolarmente ogni parola dopo
aver assunto un’aria seria e preoccupata.
«Lui sta morendo! La terra!».

Italo Alfieri giunse all’ingresso del cimitero di
Torino. Recava in mano un mazzo di fiori. Si guardò bene attorno prima di
entrare. Molto tempo era passato da quando mise piede per l’ultima volta in
quell’agglomerato di lapidi e sepolcri. La storia di Torino era sepolta in
quella pietra e in quella terra, terra sacra che aveva ospitato uomini e
patrioti, eroi e comandanti.
Mosse i suoi passi con circospezione e lentamente quasi non volesse udire il
rumore dei sassolini sotto i piedi. La carrozza che lo aveva accompagnato se ne
era andata e Italo rimase solo con i suoi pensieri, con i suoi dolori. Non
riusciva a sentire il caldo del sole che gli batteva sulla pelle, non riusciva a
vedere la luce che emanava. I suoi occhi erano solo per quei freddi ed immemori
sepolcri. Era come se il suo cuore appartenesse a qualcuno di essi, ed in quel
momento stesse cercando il suo posto sulle lunghe e bianche file infiorate dai
vivi che ancora non lasciavano morire nel ricordo quegli uomini e quelle donne
che un tempo furono.
L’Alfieri guardò con circospezioni i pochi devoti che si aggiravano per quelle
strade monumentali. Cercando di assumere un’aria indifferente proseguì per il
vialetto centrale per poi svoltare a sinistra e poi a destra. Aprì lentamente e
con reverenza l’inferriata della cappellina Alfieri facendo cigolare il
cancelletto, e vi entrò. Attese un momento sulla soglia che gli occhi si
abituassero a quella penombra dopo il solleone dell’esterno, poi mossi i primi
passi giù gli scalini che scendevano in basso. Si tolse il cappello da testa ed
abbassò lo sguardo.
Si accostò alla parete opposta dove evidente spiccava il nome in lettere
metalliche incastonate nella pietra di “Antonio Corrado Alfieri” conte di
Breglio. La data della sua nascita e quella della sua morte.
Erano diversi anni che Italo non giungeva a Torino a visitare la tomba di suo
padre, da quando era dovuto fuggire, e in quel momento sembrò il tempo essersi
fermato in quella piccola e chiusa catacomba. Lì aleggiava lo spirito di un
patriota, lì aleggiava lo spirito di un italiano. Sentiva orgoglio e fierezza in
quell’aria stantia e odorante di crisantemi e gligli.
Si accostò alla lapide con fare reverenziale, e lacrime si affacciarono sul suo
volto. Con una mano tremante toccò quella pietra che lo separava dal suo
veneratissimo padre. Poi si inginocchiò.
«Padre! Solo tu riesci a sentire il dolore che m’affligge. Solo tu puoi
comprenderlo. Io non ci riesco. Io riesco solo a rievocare con dolore quelle
scene… non so dargli una spiegazione. Sembra… sembra tutto un complotto, una
congiura. Contro di noi, contro di te che hai versato il tuo sangue per questa
Italia… Perché è toccato a noi questo fardello? Perché non le generazioni
avvenire? Perché noi e il nostro sangue? È un caro prezzo padre, troppo caro…
Che cosa abbiamo fatto noi per meritarlo?» le sue parole fluivano dalla bocca
come veleno sopraffatte da singhiozzi di dolore «Gli Alfieri stanno scomparendo…
Francesco è fuggito via chissà dove per il mondo…Linda è… è… è morta padre, è
stata ammazzata… ammazzata capisci? Linda! Volevano ammazzare me… perché!» e non
si rese conto che in quel momento aveva alzato la voce urlando per la
disperazione. Il dolore era troppo grande, troppo vivo, troppo vero per
soffocare i singhiozzi nel profondo del suo cuore. Nessuno avrebbe potuto
restituirgli Linda, nessuno. Non aveva potuto nemmeno dargli un ultimo saluto
prima che la terra la riprendesse nel suo grembo.
«Non ho potuto nemmeno accompagnarla nel suo ultimo viaggio. Non ho potuto
nemmeno vederla un’ultima volta padre. Nemmeno una parola di commiato… nemmeno
una… sono dovuto fuggire via come un criminale… Capisci padre? Come un
criminale! Dicevano che l’avevo uccisa io… la mia Linda» il suo pianto era
disperato e Italo Alfieri si accasciò a terra con il volto appoggiato alla
lapide della tomba del padre.

Erano vividi i ricordi di qualche giorno fa quando
dopo l’evento funesto corse in caserma ad avvertire i gendarmi. Fu fatto
rimanere là per tutta la notte, ignorato da tutti. Infine giunse un ufficiale
che gli disse che avrebbe dovuto restare là dentro ancora per un giorno, che la
faccenda si era complicata. Lui aveva chiesto spiegazioni ma non gliene avevano
date. E mentre la notte si stava disperando, Giuseppe Cattani, maresciallo dei
carabinieri e suo amico gli aveva consigliato di fuggire. Non potevano ancora
tenerlo come prigioniero ma aveva avuto voce che si sospettasse di lui per la
morte della moglie. Cattani era un amico d’infanzia. Fin da ragazzino erano
stati amici. Fu grazie a lui che poté trovare sistemazione a Milano, e grazie a
lui poté fuggirne. Nemmeno per un solo istante aveva creduto che fosse lui
responsabile. Gli aveva indicato le vie in cui muoversi per lasciare Milano e
raggiungere il posto che lui riteneva più sicuro. Così aveva fatto senza
pensare. Solo il dolore per Linda lo tratteneva. Prima di andarsene Cattani
aveva aggiunto che molto probabilmente non era un caso dell’uomo entrato per
rapinare.
Aveva poi viaggiato come un clandestino per un giorno e una notte ed aveva
raggiunto Torino. Unico altro posto dove poter trovare rifugio, da Roberto.
«Non solo Francesco, non solo Linda. Anche Roberto è scomparso padre. Nessuno sa
dove sia finito. Con gli austriaci si pensa… Roberto con gli austriaci… dopo
aver rinnegato te… è sceso persino dalla parte del nemico… Avrà mai fine padre
la maledizione degli Alfieri?» il suo sfogo si spense in un lungo pianto amaro
mentre il sole percorreva la perpetua parabola, all’aria pura.
Infine si sollevò in piedi di nuovo con gli occhi rossi. Si sentiva un po’ più
leggero ma l’angoscia era padrona.
«Dove andrò padre? Non ho più nessuno posto dove andare… dove andrò? Non ho più
nulla… sono un fuggiasco…» e mentre diceva queste cose afferrò il vecchio mazzo
di fiori secchi per sostituirlo col suo.
Ebbe per un momento un brivido quando lo fece, come
se l’anima del padre fosse rientrata allora dopo un’assenza di un giorno. Come
se le spoglie mortali dell’uomo si fossero mosse. Dapprima non capì, ma percepì.
Poi un disegno strano iniziò a conformarsi nella sua mente.
Con le dita ripercorse la scritta metallica incastonata nel marmo del nome del
padre e si soffermò al suo termine, dove si chiudeva la punteggiatura con le
virgolette conclusive. Il nome iniziava con due virgolette ma terminava con una,
ed al suo posto restava un piccolo forellino, come se qualcuno l’avesse
strappata e portata via.
Con frenesia si portò le mani dentro la giacca e tastandosi un poco estrasse la
busta che qualche giorno prima la morte di Linda aveva ricevuto. Estrasse il suo
contenuto e quel piccolo oggetto strano. Lo accostò al forellino e vide che il
piccolo perno coincideva perfettamente, e che la parte più piana era della
stessa dimensione e colore dell’altra virgoletta.
Provò ad infilarla nel forellino ma non vi entrò.
Così si avvicinò per veder meglio dentro e vi trovò qualcosa, come un giunco. A
fatica lo estrasse e con sorpresa, e senza capire, vide che il giunco conteneva
un pezzetto di carta. Lo estrasse con le unghie e lo srotolò:
“via degli Artisti 7”
Rimase sconcertato da quanto vi trovò.
Suo padre aveva parlato.
Capitolo n.19


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