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Giunsero a Venezia di notte, soltanto dopo alcuni
giorni di navigazione dopo l’incontro coi pirati. Il capitano venne legato e
imbavagliato per poi essere condotto furtivamente alla guardia costiera,
lasciandolo di fronte alla porta dell’ufficio. Due pirati li seguirono senza
fare domande. Roberto aveva avuto da obiettare ma Giulio Battaglia si era
limitato a dire
«Tutti possono sbagliare!» e la questione fu chiusa lì.
Come De Bloney aveva consigliato, presero il treno a Venezia partendo per
Lubecca. I bagagli e gli armamenti furono caricati in fretta e furia sul treno
dagli uomini di Giulio Battaglia, e Roberto ebbe come l’impressione che il
soldato avesse intenzione di togliersi dai piedi da lì il più in fretta
possibile. Infatti tutto fu trasportato quella notte con un’efficienza
impressionante comparata soltanto al grande silenzio in cui ogni cosa fu fatta e
che tutto avvolgeva.
La laguna sembrò loro quasi spettrale, e non pittoresca e poetica come l’Alfieri
l’aveva sempre ricordata.
Il nuovo giorno li colse quando ormai avevano varcato il confine. Avevano
occupato un intera carrozza ed ogni nuovo passeggero che aveva intenzione di
sedersi su uno di quegli scomparti ne era subito intimidito dal silenzio
glaciale con cui gli uomini di Giulio Battaglia lo guardavano, e questi, ogni
volta si alzava con una scusa che conosceva soltanto lui, per cambiare reparto.
Ogni volta che il nuovo passeggero usciva quegli uomini prendevano a ridere come
se ci fosse un tacito accordo.
Nestore Barelli se ne stava con la sua borsa stretta tra le ginocchia ad
ammirare il paesaggio fuori il finestrino, mentre mille pensieri gli solcavano
la mente per andare più oltre, per viaggiare più lontano dove quel treno li
avrebbe condotti.

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