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Roberto Alfieri aveva da poco terminato la sua
colazione quando sentì bussare alla porta. Non aveva voglia di rispondere.
Sapeva già che erano gli agenti dello stato giunti a prelevare i preziosi quadri
che gelosamente custodiva nella stanza di famiglia.
Ultimamente le cose non erano andate granché bene. Suo padre, Antonio Corrado
Alfieri signore di Breglio, era morto da tre anni ormai lasciandosi dietro una
lunga scia di debiti. Ogni volta che Roberto passava avanti alla sua stanza
malediceva il suo vizio per il gioco che lo avevo portato sul lastrico
trascinando dietro la famiglia.
Era l’ultimo Alfieri del ramo cadetto, e tutte le proprietà: una casa a Torino
ed una tenuta a Breglio, appartenevano a lui ancora per poco. Ogni giorno il
patrimonio immobiliare diminuiva copiosamente. Ogni giorno spuntavano nuovi
debiti da saldare come se questi avessero il compito di sfaldare per sempre la
famiglia Alfieri.
«Signora Angela non apra per favore, so già chi sta importunando alla porta»
disse alla domestica, una donna sulla sessantina ormai.
Ed alzandosi da tavola si diresse nuovamente alle sue stanze.

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